lunedì 30 agosto 2021

I sindacati contro il green pass?

 

La posizione dei sindacati sull’obbligo del green pass nei luoghi di lavoro è quanto meno non chiara. In realtà non deve sorprendere. E’ la dimostrazione che i sindacati sono diventati, da tempo, per lo più, delle organizzazioni che difendono delle corporazioni, scarsamente attenti a problemi di natura generale.

In pratica i sindacati sono contrari all’obbligo del green pass nei luoghi di lavoro o meglio sono contrari, sembra, se tale obbligo non verrà previsto da un’apposita legge.

Un accordo con le associazioni imprenditoriali non è sufficiente.

Io credo perché i sindacati intendono comportarsi come Ponzio Pilato, non vogliono assumersi la responsabilità di prendere una decisione circa l’obbligo del green pass, per non scontentare una parte, seppur ridotta, dei lavoratori che dicono di rappresentare.

Meglio che quella decisione la prendano i parlamentari…

Un comportamento censurabile quindi che dimostra quanto i sindacati non abbiano il coraggio di prendere delle decisioni che potrebbero creare delle opposizioni in parte dei loro iscritti.

E pensare che i sindacati italiani avevano nel loro dna l’impegno di tutelare il più possibile la sicurezza sui luoghi di lavoro.

E pensare che i sindacati, in passato, perseguivano anche obiettivi di natura generale, pur se in questo modo avessero dovuto scontentare una parte dei loro iscritti.

E’ del tutto evidente pertanto che i sindacati difendono delle corporazioni e sono essi stessi delle corporazioni.

Stupisce che in prima linea fra i rappresentanti sindacali, in questo atteggiamento assurdo e profondamente sbagliato, ci sia Maurizio Landini che, fino ad ora, sembrava essere un sindacalista di una statura politica e culturale più elevata rispetto a gran parte dei dirigenti dei sindacati.

Evidentemente mi sbagliavo.

giovedì 29 luglio 2021

Fine pena mai è incostituzionale

 

La Corte Costituzionale ha stabilito l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo, una pena senza fine prevista nell’ordinamento penitenziario italiano che “osta” a qualsiasi sua modificazione e che non può essere né abbreviata né convertita in pene alternative, a meno che la persona detenuta decida di collaborare con la giustizia. Tale decisione della Corte Costituzionale è stata oggetto di critiche ma anche di consensi.

Tra quanti hanno espresso apprezzamento nei confronti di quanto stabilito dalla Corte Costizionale occorre rilevare quanto sostenuto dall’associazione Antigone, che si occupa di tutelare i diritti delle persone che si trovano in carcere,  in uno specifico comunicato.

“Anche la Corte Costituzionale si pronuncia contro l'ergastolo ostativo. Il giudizio arriva a due settimane di distanza dalla sentenza della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che aveva definito inumana e degradante una pena che non prevedesse una possibilità di rilascio.

I giudici della Consulta hanno ribadito questo principio, sostenendo l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1 dell’ordinamento penitenziario, laddove preveda la concessione di permessi premio solo in caso di collaborazione con la giustizia, escludendo di fatto altri elementi quali la reale partecipazione ancora in essere con l’associazione criminale e il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata, ciò quando il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. 

‘E' una sentenza di straordinario valore questa della Corte Costituzionale. I giudici pongono un limite al potere di punire e ribadiscono un principio fondamentale della nostra carta costituzionale: sempre e comunque la pena deve tendere alla rieducazione del condannato’.

A sottolinearlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

‘In attesa di leggere nel dettaglio le motivazioni della sentenza, la Corte ribadisce anche l'importanza del ruolo delle istituzioni penitenziarie e della magistratura di sorveglianza.

Nessun mafioso infatti uscirà - ha rilevato ancora Gonnella.

Con questa decisione, così come con quella della Cedu, si restituisce alla magistratura il potere di decidere, caso per caso, se per un detenuto condannato per reati di mafia sussista ancora il criterio di pericolosità sociale e quindi se possa essere idoneo o meno ad usufruire di permessi premio’.

Per assumere questa decisione la magistratura di sorveglianza - come si legge nel comunicato della Corte Costituzionale - dovrà basarsi sulle relazioni del carcere, nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. 

‘Ci auguriamo che questa doppia decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e della Corte Costituzionale venga recepita dai decisori politici in nome del principio di legalità costituzionale’, ha concluso Patrizio Gonnella”.

Io concordo pienamente con quanto deciso dalla Corte Costituzionale e con le considerazioni del presidente dell’associazione Antigone.

Nutro forti dubbi, però, che il Parlamento recepisca la decisione della Corte Costituzionale.

In diversi altri casi ciò non è avvenuto, anche su temi notevolmente diversi, ad esempio sulla legalità dell’eutanasia.

E i miei dubbi derivano anche dalle posizioni espresse da parte della magistratura, che influenzeranno, in questo caso negativamente, quanto meno molti parlamentari.

E’ bene ricordare, infine, che l’ergastolo ostativo fu introdotto nell’ordinamento penitenziario italiano all’inizio degli anni Novanta, dopo le stragi nelle quali furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed è regolato dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario e stabilisce che le persone condannate per alcuni reati di particolare gravità, come mafia o terrorismo, non possano essere ammesse ai cosiddetti “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione.

Per queste persone è escluso l’accesso alla liberazione condizionale, al lavoro all’esterno, ai permessi-premio e alla semilibertà. La pena dell’ergastolo ostativo coincide dunque, per la sua durata, con l’intera vita del condannato: è quella per cui si usa spesso l’espressione “fine pena mai”.

lunedì 26 luglio 2021

In aumento i morti sul lavoro

 

E’ stata recentemente presentata la relazione annuale, per il 2020, dell’Inail, relativa agli infortuni e ai morti sul lavoro e alle malattie professionali. In calo gli infortuni e le malattie professionali, in aumento i casi mortali.

Infatti, i dati sulle denunce di infortunio nel 2020 hanno registrato, rispetto all’anno precedente, un calo dei casi in complesso e un aumento significativo di quelli mortali.

Sono state registrate poco più di 571.000 denunce di infortuni accaduti nel 2020 (-11,4% rispetto al 2019), un quarto delle quali relative a contagi da Covid-19 di origine professionale.

Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono stati 375.238 (-9,7% rispetto al 2019), di cui 48.660, pari al 12,97%, avvenuti “fuori dell’azienda”, ovvero con “mezzo di trasporto” o “in itinere”, nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro.

I casi mortali denunciati all’Inail sono stati 1.538, con un incremento del 27,6% rispetto ai 1.205 del 2019 che deriva soprattutto dai decessi causati dal Covid-19, che rappresentano oltre un terzo del totale delle morti segnalate all’Istituto.

Gli infortuni mortali per cui è stata accertata la causa lavorativa sono stati 799 (+13,3% rispetto ai 705 del 2019), di cui 261, circa un terzo del totale, occorsi “fuori dell’azienda” (i casi ancora in istruttoria sono 93).

Gli incidenti plurimi, che hanno comportato la morte di almeno due lavoratori contemporaneamente, sono stati 14, per un totale di 29 decessi.

La pandemia ha fortemente condizionato l’andamento del fenomeno infortunistico nel 2020 - ha rilevato il presidente dell’Inail Bettoni -. Da un lato, infatti, ha comportato la riduzione dell’esposizione a rischio per gli eventi ‘tradizionali’ e ‘in itinere’, a causa del lockdown e del rallentamento delle attività produttive, dall’altro ha generato la specifica categoria di infortuni per il contagio da Covid-19”.

Ha aggiunto Bettoni: “Il pesante bilancio infortunistico ci fa comprendere che non si fa ancora abbastanza.

Non è sufficiente indignarsi ma occorre agire. Le norme ci sono e vanno rispettate. E’ necessario un impegno forte e deciso di tutti per realizzare un vero e proprio ‘patto per la sicurezza’ tra istituzioni e parti sociali.

Coinvolgere gli attori del sistema nazionale di prevenzione, rafforzare i controlli, promuovere una maggiore sensibilizzazione di lavoratori e imprese, potenziare la formazione e l’informazione per costruire una cultura della sicurezza, a partire dal mondo della scuola, dare sostegno economico alle aziende: sono tutte azioni da perseguire con determinazione e l’istituto è pronto a fare la sua parte”.

Non si può non essere d’accordo soprattutto con le ultime considerazioni di Bettoni.

Ma Bettoni avrebbe dovuto spiegare meglio cosa si deve fare. Le sue considerazioni sono troppo generiche.

E poi i controlli, a mio avviso, nell’ambito degli interventi da promuovere, devono assumere un ruolo prioritario, fondamentale.

Perché vengono effettuati pochi controlli?

Solo perché il personale addetto ai controlli è insufficiente e quindi sarebbe necessario disporre di risorse economiche maggiori per aumentare il numero degli addetti ai controlli?

O c’è dell’altro?

giovedì 22 luglio 2021

Sui vaccini irresponsabili Salvini e Meloni e non solo loro

Siamo abituati al fatto che molti esponenti politici, tra i quali Matteo Salvini e Giorgia Meloni, sui “social” pubblichino anche quanto avviene nella loro vita privata. Non lo hanno fatto, né Salvini né Meloni, per quanto concerne le loro vaccinazioni.

Salvini ha detto che si vaccinerà ad agosto. Quindi non è ancora vaccinato.

Giorgia Meloni non ha dichiarato nulla a tale proposito. Quindi è lecito supporre che non sia vaccinata nemmeno lei.

In una fase molto importante della campagna vaccinale, alla luce anche dell’aumento dei contagi derivante dalla diffusione della cosiddetta variante delta, sarebbe necessario che i leader dei due maggiori partiti del centro destra si fossero già vaccinati e che lo dichiarassero esplicitamente.

Tale necessità deriva inoltre dal fatto che una parte abbastanza consistente di coloro che dovrebbero vaccinarsi il prima possibile, gli ultra sessantenni, il personale che lavora nelle scuole, i giovani che dovranno a settembre iniziare il nuovo anno scolastico, non sono ancora vaccinati perché, quanto meno per ora, non intendono vaccinarsi.

Ma Salvini e Meloni che fanno? Non si vaccinano.

E perché?

Molto probabilmente perché, in occasione delle elezioni amministrative che si terranno tra la fine di settembre e il mese di ottobre, vogliono acquisire i consensi di quanti non si sono vaccinati perché quanto meno per ora non vogliono vaccinarsi.

Sono degli irresponsabili.

Non possono essere definiti diversamente.

Per la verità, anche altri soggetti, come ad esempio i sindacati, si stanno comportando in modo incomprensibile.

Quando si è diffusa la notizia che Confindustria intenderebbe chiedere di imporre l’obbligo della vaccinazione nei luoghi di lavoro i sindacati hanno reagito nervosamente e hanno esplicitamente sostenuto che non si può imporre quell’obbligo.

E’ scandaloso che parte della classe dirigente di questo Paesi si dimostri del tutto insensibile ad attuare interventi che consentano di aumentare, il prima possibile e in misura considerevole, la platea degli italiani vaccinati.

Sembrerebbe scontato sostenere che un notevole successo della campagna vaccinale rappresenti lo strumento più importante per contrastare, almeno per un periodo abbastanza lungo, la diffusione del Covid-19.

Ma non sembra proprio che ciò sia scontato.

 

lunedì 19 luglio 2021

La ferita del G8 di Genova sanguina ancora

In questi giorni ricorre il ventennale dei fatti di Genova. In quei giorni fu violato lo Stato di diritto e lo spirito della Costituzione. Per ricordare quanto avvenuto venti anni fa ho ritenuto opportuno riportare integralmente l’intervista di Guido Ruotolo, pubblicata su www.terzogiornale.it, a Francesco Pinto, attuale procuratore della Repubblica reggente proprio a Genova, in quel luglio del 2001 sostituto procuratore di turno.

Procuratore Francesco Pinto, il prossimo 19 luglio ricorre il ventennale del G8 di Genova. Di quei giorni rimane nella memoria del Paese lo scontro tra movimenti e forze di polizia che provocarono lesioni, torture, devastazioni, e anche un morto. In quel luglio del 2001 si è aperta una ferita che va ben oltre la questione della giustizia, perché chiama in causa i valori della libertà e della stessa Costituzione. Vent’anni dopo, quella ferita si è rimarginata?

Se la memoria di quei fatti è ancora così viva vuol dire che la ferita non si è rimarginata, perché violazioni così gravi dello Stato di diritto e dello spirito della Costituzione repubblicana rimarranno purtroppo una pagina indelebile della nostra vita civile e istituzionale.

Lei allora era un giovane pm che, tra l’altro, seguì gli eventi di quei tre-quattro giorni terribili. Black bloc ma anche critica al globalismo, fonti energetiche alternative, alimentazione e povertà. Era un movimento “ricco” di idee, di utopie, di programmi di lotta. Di tutta quella ricchezza oggi è rimasto ben poco. Genova fu anche un’occasione sprecata?

Si affermava con una buona dose di utopia che “un altro mondo era possibile”. Mi limito a constatare che dopo vent’anni è ancor più accresciuto il divario tra ricchi e poveri e che le dinamiche reali dell’economia sfuggono al controllo e alle decisioni del potere politico nella gran parte del pianeta.

Le ferite che si sono cicatrizzate a fatica riguardano episodi e comportamenti diversi. Le ricordo, avendo all’epoca seguito gli eventi da cronista, che si determinò un cortocircuito tra Stato e movimenti, tra istituzioni e cittadini. Era ancora ministro dell’Interno del centrosinistra Enzo Bianco, quando fu scelta Genova per ospitare i grandi della terra. E si discuteva di lasciare la gestione di Genova ai movimenti fino al giorno prima che iniziasse il G8. Bianco impose la linea della trasparenza ed erano quasi pubbliche le riunioni tra prefettura, questura, Viminale e movimenti per organizzare gli eventi. Insomma, fu sbagliata la scelta di Genova, che dal punto di vista della conformazione geografica non era difendibile. Ma fu sbagliata la trattativa avviata dal ministro Bianco con i movimenti? Lei che ricordi ha di questa fase che ha preceduto il 19 luglio e i giorni a seguire?

La scelta di Genova fu comunque sbagliata dal punto di vista logistico e delle possibilità operative. La linea del ministro Bianco fu in astratto condivisibile, ma purtroppo si rivelò inefficace alla luce degli eventi che poi accaddero. Come Procura, sul piano dell’ordine pubblico, venimmo solo investiti della questione della inadeguatezza del carcere di Marassi per contenere un probabile notevole numero di arrestati e fermati. Di qui l’utilizzo della struttura di Bolzaneto come luogo di detenzione provvisoria. Alla luce di quello che successe dopo, mai scelta fu più infelice e inopportuna.

Quando ci avvicinammo al 19 luglio, il governo cambiò. Arrivò il centrodestra. E, per molti, la presenza del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini nella sala operativa dei carabinieri rappresentò una lacerazione del tessuto democratico. L’attività di repressione e prevenzione delle forze di polizia, che dovevano garantire l’incolumità dei partecipanti al G8 e dunque impedire lo sfondamento della zona rossa, fu all’improvviso macchiata da una strumentalizzazione di destra?

Certamente quella presenza fu anomala, ma per costume professionale non posso addentrarmi in dietrologie o in illazioni non suffragate da concreti elementi. Di certo e, in più occasioni, in particolare all’interno della caserma di Bolzaneto, non pochi esponenti della Polizia di Stato e della Penitenziaria fecero sfoggio di un vergognoso lessico fascistoide nei confronti dei manifestanti arrestati - per non parlare degli atti di vera e propria tortura giudizialmente accertati.

Piazza Alimonda. La caserma di Bolzaneto. La scuola Diaz, e la città di Genova diventarono stazioni di una terribile via crucis. Le inchieste e i processi. Possiamo dire che è stata fatta giustizia?

Con molta fatica si è cercato di istruire processi complessi che probabilmente non avrebbero potuto avere luogo in assenza di una cornice di piena indipendenza della magistratura inquirente, saldamente ancorata a un unico ordine giudiziario. Il concetto assoluto di giustizia non è a mio avviso applicabile alle vicende giudiziarie, perché la verità processuale è sempre relativa. Alcuni punti fermi però sono stati raggiunti.

Guardando ai fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, alla caserma dei carabinieri Levante di Piacenza, alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, è legittimo chiedersi se siamo di fronte a “devianze” di un sistema che nel suo complesso tiene, oppure sono episodi che confermano che le “mele marce” sono costitutive del sistema degli stessi apparati di sicurezza?

Posso solo constatare con amarezza, in relazione a tali vicende, che purtroppo la “lezione” del G8 di Genova non è servita. Le valutazioni complessive sono sempre opinabili. Posso solo affermare con certezza che un autentico Stato democratico di diritto deve comunque rifiutare in radice l’esistenza di corpi separati che agiscano facendo strame dei principi costituzionali e affidamento nell’impunità.

 

Io condivido ampiamente i contenuti delle risposte di Francesco Pinto nell’intervista riportata e, tra l’altro, la risposta all’ultima domanda.

Non posso che constatare anche io con amarezza che la lezione del G8 non è servita.

 

 

venerdì 16 luglio 2021

Almeno due motivi per approvare il ddl Zan

 

Diversi sono i motivi, a mio avviso, che giustificano una rapida, e senza modifiche, approvazione del disegno di legge Zan che vuole permettere anche in Italia la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza causate dall’omotransfobia, dalla misoginia e dall’abilismo (la discriminazione nei confronti delle persone disabili).

Due motivi però sono i più importanti.

Il primo è rappresentato dal fatto che i contenuti del disegno di legge Zan sono più che giusti.

E un appello sottoscritto soprattutto da numerose associazioni religiose, non solo cattoliche, lo dimostra ampiamente:

“Onorevoli Senatrici e Senatori della Repubblica Italiana, come cittadini, credenti Lgbt e loro genitori, gruppi, associazioni cristiane e non, ed operatori pastorali che conoscono da vicino la condizione delle persone Lgbt riteniamo che il Parlamento italiano debba approvare al più presto il disegno di legge..

Consapevoli della complessità del tema in oggetto e delle perplessità espresse anche in ambito ecclesiale, tuttavia riteniamo che uno Stato laico debba comunque rispondere ad un urgente bisogno di tutela di tutte le persone, comprese le persone Lgbt.

In questo caso riteniamo che il ddl Zan sia al momento lo strumento più adeguato.

In Italia dal 2013 ad oggi sono state registrate già ben 1.287 vittime della violenza dell’omotransfobia, di cui 185 solo quest’anno (dati aggiornati al 13 luglio 2021 tratti da www.omofobia.org)  

Siamo dell’opinione che la mancata approvazione del ddl, per queste persone e per la società italiana, certamente comporterebbe un danno molto maggiore rispetto agli eventuali inconvenienti, su cui si potrà intervenire in seguito grazie ad un confronto schietto e fecondo.

In particolare siamo convinti che le varie definizioni presenti nell’art.1circa ‘sesso’, ‘genere’, ‘orientamento sessuale’ e, in particolare, ‘identità di genere’ siano opportune, pur nella loro complessità; come complessa è la realtà esistenziale che descrivono.

Raccogliere tutti questi significati nell’unico concetto di ‘sesso’, come suggerito da un noto costituzionalista, non renderebbe giustizia alla realtà diversificata delle persone che il ddl intende tutelare.

In particolare riteniamo che sia da confermare la dicitura ‘identità di genere’, compresa la sua definizione, perché possa davvero essere rappresentata la realtà delle persone transessuali che abbiano o meno concluso il percorso di transizione.

Conosciamo queste persone e i loro familiari, e per questo possiamo affermare che, considerare il sesso biologico attribuito alla nascita come l’unica possibilità per loro di identificare se stesse, pensare quindi che la percezione di sé non definisca anch’essa oggettivamente la realtà esistenziale del soggetto, rappresenta per noi una grave offesa alla persona; spesso vissuta come violenza, fino al suicidio.

Le persone transessuali esistono, anche per l’ordinamento giuridico italiano almeno fin dalla sentenza n. 161 del 1985 della Corte Costituzionale; nonché la sentenza 221 del 2015 in materia di rettificazione di attribuzione di sesso.

Poi, circa il paventato pericolo di limitare la libertà di espressione, riteniamo che l’art.4 offra a chiunque sufficienti garanzie, tra l’altro già assicurate dalla Costituzione.

Circa l’art.7, che non intende altro che promuovere una educazione al rispetto di ogni persona nella sua diversità affettiva e sessuale, a nostro parere non introduce nessuna dittatura ideologica: l’attenzione alle circostanze concrete di tempo, luogo, opportunità e risorse espressa nello stesso articolo, fa della giornata del 17 maggio una vera occasione di educazione al rispetto sociale per le generazioni più giovani.

Ecco perché come cittadini, credenti Lgbt e loro genitori, gruppi, associazioni cristiane e non, ed operatori pastorali che conoscono da vicino la condizione delle persone Lgbt, riteniamo in coscienza di dover dare la nostra convinta adesione al disegno di legge così come è stato proposto dall’onorevole Alessandro Zan, primo firmatario.

Con stima, i sottoscrittori”.

Il secondo motivo risiede nel fatto che le modifiche che Italia Viva intende concordare con gran parte del centro destra, la Lega e Forza Italia in primo luogo, non c’entrano niente con i contenuti del ddl Zan, con la presunta volontà di migliorarne i contenuti e di favorirne l’approvazione.

E’ invece un primo tentativo, anche per ipotizzare intese tra Italia Viva e una parte del centro destra in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, di intensificare le relazioni tra le forze politiche prima citate, attribuendo così a Italia Viva, e soprattutto al suo leader Renzi, un ruolo maggiore rispetto a quello determinato dal numero dei parlamentari che aderiscono a quel partito.

Quindi, l’atteggiamento di Italia Viva è del tutto strumentale, anche perché i suoi deputati alla Camera hanno approvato il disegno di legge Zan nel testo attuale e che, io credo, debba essere approvato anche dal Senato, per divenire finalmente una legge, tanto attesa perché senza alcun dubbio necessaria.

martedì 13 luglio 2021

Nel Sud Sudan milioni di bambini sull'orlo della carestia

 

Nell’indifferenza dei media, dei governi e delle istituzioni internazionali, prosegue il conflitto armato nel Sud Sudan con la conseguente grave crisi alimentare, in seguito alla quale 7,2 milioni di persone tra cui milioni di bambini soffrono la fame o sono sull’orlo della carestia.

Tale situazione è denunciata da Save the Children.

“…Il numero di persone in grave pericolo di fame è aumentato del 50% rispetto alla stessa stagione di dieci anni fa, con dati pubblicati nel 2012 che mostrano come il 40% della popolazione stesse vivendo livelli di crisi di insicurezza alimentare di Ipc 3 o superiori in quel momento.

Save the Children avverte che questa situazione molto probabilmente peggiorerà nei prossimi mesi a causa della violenza in corso, degli alti prezzi alimentari, degli shock climatici e delle barriere all'accesso umanitario, a meno che non venga intrapresa un'azione nazionale e globale urgente.

Si stima che circa 1,4 milioni di bambini soffrano già di malnutrizione acuta.

Save the Children chiede al governo del Sud Sudan di frenare la violenza comunitaria e accelerare l'attuazione dell'accordo di pace, per affrontare alcune delle cause profonde della crisi della fame e consentire ai bambini di guardare verso un futuro migliore.

Le cifre attuali sulla fame riportano 2,47 milioni di persone a livelli di emergenza di insicurezza alimentare (Ipc 4) e 31.000 persone che affrontano livelli catastrofici di insicurezza alimentare (Ipc 5) o condizioni simili alla carestia.

Save the Children è particolarmente preoccupata per il benessere di circa 1,4 milioni di bambini che dovrebbero soffrire di malnutrizione acuta quest'anno, la cifra più alta dal 2013.

La malnutrizione può causare arresto della crescita, ostacolare lo sviluppo mentale e fisico, aumentare il rischio di sviluppare altre malattie e alla fine anche la morte.

Già il mese scorso Save the Children aveva lanciato l’allarme sugli oltre 5,7 milioni di bambini sotto i cinque anni sull’orlo della fame in tutto il mondo, che sta affrontando la più grande crisi di fame globale del 21° secolo…”.

“La nascita di una nuova nazione è spesso un momento di speranza e gioia per molte delle persone che vivono al suo interno, ma purtroppo questa promessa deve ancora essere mantenuta nel Sud Sudan.

In molti modi, le cose sono peggiorate per i bambini da quando il Paese è stato formato nel 2011.

La guerra civile e gli shock climatici hanno tutti contribuito a spingere il Sud Sudan lontano da dove dovrebbe essere, dieci anni dopo.

Il Sud Sudan non è solo una storia di conflitto.

E’ una storia di generazioni di spostamenti deliberati di civili, distruzione di mezzi di sussistenza e occupazione della terra, aggravata da shock climatici come inondazioni senza precedenti e piaghe di locuste, e una storia di Covid-19 e la sua distruzione di infrastrutture sociali già vulnerabili.

Solo affrontando le cause profonde di questa crisi, oltre a mitigare gli effetti devastanti della pandemia, saremo in grado di impedire che una generazione soccomba alle conseguenze immediate e a lungo termine della malnutrizione” ha dichiarato Rama Hansraj, Direttore di Save the Children in Sud Sudan.

Ovviamente sono pienamente d’accordo con quanto denunciato da Save the Children e con le sue proposte.

Non ci dobbiamo occupare solo degli Europei di calcio. Non credete?