Nei
prossimi anni solamente se gli investimenti pubblici, come del resto quelli
privati, assumeranno un valore elevato la necessaria crescita economica, in
Italia, sarà tale da contrastare effettivamente gli effetti negativi sul Pil
determinati dalla diffusione del Coronavirus.
In realtà, la politica economica del Governo non sembra che garantirà un forte aumento degli investimenti pubblici, nei prossimi anni, se si considera quanto scritto nella nota di aggiornamento al Def recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Lo sostiene l’economista Gustavo Piga, in un recente articolo da lui scritto per “Il Sole 24 ore”.
Data l’importanza delle tesi sostenute da Piga, mi sembra opportuno riportare alcune parti dell’articolo in questione.
“Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su Pil.
Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare
garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di
maggiori investimenti pubblici.
Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo un documento fondamentale per capirne di più, la nota di aggiornamento al Def recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il Def in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery.
L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia.
Cominciamo subito dalla questione dei fondi europei - più
semplice da capire ma anche capace di sollevare perplessità - che si
suddividono in trasferimenti a fondo perduto e in prestiti a tassi vantaggiosi.
I primi sono pari a 14, 20 e 28 miliardi nel triennio a venire: 0,8%, 1% e 1,5% di Pil circa.
L’effetto stimato, ancora per il triennio, di crescita economica in più è pari rispettivamente a 0,3%, 0,4% e 0,8%, con un moltiplicatore della crescita da parte della spesa pubblica inferiore dunque allo 0,5.
Numero che non è foriero di buone notizie: da un moltiplicatore degli investimenti pubblici ci si aspetta che sia almeno pari ad 1, e un valore così basso non può che voler dire che i fondi Ue a fondo perduto non verranno tutti spesi là dove l’impatto è maggiore per la crescita, nell’accumulazione di capitale fisico ed immateriale, ma piuttosto in mille rivoli e trasferimenti.
Passiamo ai prestiti a tassi vantaggiosi: essi sono pari 11,
17,5 e 15 miliardi di euro. Una bella cifra.
Purtroppo una buona parte di questi non andranno a finanziare nuovi progetti di investimenti ma a sostituire il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già previste.
Effetto addizionale dunque nullo, se non per un minuscolo risparmio di spesa per interessi.
Qualcuno potrebbe dire che vanno a finanziare comunque maggiori investimenti pubblici già previsti da questo Governo, ma il Def di aprile non lascia scampo nemmeno a questo riguardo: l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023.
Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo.
Questo mancato utilizzo dei prestiti Recovery per ulteriori
maggiori investimenti è parte della spiegazione di un ulteriore mistero, ovvero
lo scarso impatto sulla crescita della nuova manovra per il 2021 prevista nella
Nadef e di prossima discussione in Parlamento.
Ma ci devono essere anche altre ragioni se il Governo promette rispetto allo scenario primaverile una manovra che genera solamente altri 0,6%, 0,4% e - (sì meno!) 0,1% di Pil per il triennio a venire a fronte invece di aumenti di deficit su Pil dello 1,3% di Pil nel 2021 e di più dell’1% nel 2022 e 2023 (al netto cioè di complicate retroazioni fiscali di cui non conosciamo le dimensioni).
Moltiplicatori fiscali nuovamente molto bassi, evidenza che si spenderanno risorse in misure a basso impatto per l’economia, e quindi non in investimenti pubblici addizionali…
Insomma, invece di confermare e stabilizzare il deficit al
livello odierno per tutto il triennio e utilizzarne le risorse per fare
investimenti pubblici e invece di dedicare le risorse europee a massimizzare i
progetti che generano crescita, ci ritroviamo con una programmazione austera e
male allocata, in quella che è la maggiore crisi economica del dopoguerra.
E perché mai?
Per quanto riguarda l’austerità è semplice, basta tornare ai numeri finali del 2023, quell’avanzo primario in pareggio e quel deficit su Pil che tocca la soglia ‘critica’ del 3% del Pil su cui si è costruita la logica del mai abolito e austero Fiscal Compact.
Non sono infatti numeri casuali: sono frutto di quella promessa che il Governo italiano ha fatto, implicita nell’accordo sottostante al Recovery Fund, che l’Italia accede a questi fondi purché … si cimenti nell’austerità richiesta dall’Europa appena fuori dal Covid.
Con una mano si dà, con l’altra si leva.
Cosa si leva? La crescita.
Una crescita economica prorompente che non solo avrebbe stabilizzato socialmente il Paese ma anche permesso di ridurre il rapporto debito-PIL ben di più del magro 6,5% previsto dal Governo (dal 158% al 151,5%).
Per quanto riguarda poi la scarsa attenzione agli investimenti
pubblici, è solo una conferma di una tutta nostra politica ultradecennale di
indifferenza verso le future generazioni, che in fondo non votano…”.

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