Nel 2017 la spesa pubblica italiana per la pubblica istruzione ammontava a 66 miliardi di lire, poco meno della spesa per il
pagamento degli interessi sul debito pubblico. Considerando la spesa pubblica
per l’istruzione sia rispetto al Pil sia rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia
si colloca agli ultimi posti delle classifiche europee e dalla crisi del
2007-2008 il divario con le medie dei Paesi dell’Unione europea si è allargato.
E’ preoccupante soprattutto la situazione relativa alla spesa per l’istruzione
universitaria, per la quale l’Italia è al penultimo posto in Europa.
Tali considerazioni sono contenute nel rapporto,
curato da Alessandro Caiumi, recentemente pubblicato dall’osservatorio sui
conti pubblici, diretto da Carlo Cottarelli.
Più precisamente, nel 2017 la spesa per
la pubblica istruzione è stata pari a 66,1 miliardi di euro, di cui 25,1
miliardi per l’istruzione primaria (prescolastica e elementare), 30,4 miliardi
per quella secondaria (scuole medie, scuole superiori e istruzione
post-secondaria non-terziaria), 5,5 miliardi per quella terziaria (università)
e i restanti 5,1 miliardi per servizi sussidiari e altre categorie residuali.
L’Italia è stata l’unico paese
dell’Unione Europea in cui la spesa per interessi sul debito pubblico (e altre
spese collegate), pari a 69 miliardi nel 2017, ha ecceduto quella per
l’istruzione (per 0,2 punti percentuali di Pil).
La spesa pubblica italiana per
istruzione in percentuale di Pil, pari al 3,8% nel 2017, è ben al di sotto
della media europea (4,6%).
L’Italia si colloca nelle ultime
posizioni in Europa, seguita solamente da Bulgaria, Irlanda e Romania.
Se invece si considera la spesa pubblica
per istruzione in percentuale di spesa pubblica totale, l’Italia è all’ultimo
posto in Europa con solo il 7,9% a fronte di una media europea del 10,2%.
Preoccupa anche l’andamento della spesa
pubblica per istruzione.
Dal 2007, infatti, la spesa per
istruzione in percentuale di spesa pubblica totale è scesa di quasi due punti
percentuali.
Nello stesso intervallo di tempo di
tempo la media Ue è invece calata solo leggermente, passando dal 10,6% al 10,2%,
il che significa che l’Italia oggi è più distante dalla media Ue di quanto non
lo fosse prima della crisi.
I dati più preoccupanti riguardano
l’istruzione universitaria.
Mentre nel 2017 l’Italia riportava cifre
in linea con la media europea per l’istruzione primaria e secondaria (1,5 e 1,7%
del Pil rispettivamente, a fronte di medie Ue di 1,5 e 1,9%), si apre un grosso
divario quando si considera la spesa per istruzione terziaria.
Lo Stato ha speso, infatti, solo lo 0,3%
del Pil per istruzione terziaria, nemmeno la metà della media europea dello 0,7.
In questa voce l’Italia è
all’ultimo posto in Europa, a pari merito con il Regno Unito.
Una possibile ipotesi è che la bassa
spesa per pubblica istruzione si debba alla struttura demografica della
popolazione, ossia che l’Italia spenda meno dei partner europei poiché ha meno
giovani.
Utilizzando la spesa media per
popolazione 3-25 anni in pubblica istruzione in rapporto al reddito pro capite,
indicatore che tiene conto sia del diverso numero di studenti sia del diverso
livello delle risorse disponibili per finanziare la spesa, rispetto alle
statistiche precedenti l’Italia migliora leggermente la sua posizione,
avvicinandosi alla media Ue ma restandone al di sotto di 1,4 punti percentuali
di Pil pro capite.
Compiendo questo esercizio per le tre
principali categorie di istruzione (primaria, secondaria e terziaria)
separatamente, emerge che il nostro Paese è leggermente al di sopra delle medie
Ue per la spesa media in istruzione primaria e secondaria, mentre è penultima
in Europa per istruzione terziaria, con una spesa media in percentuale di Pil
pro capite del 5,3% a fronte di una media Ue del 10%.
Pur controllando per la struttura
demografica, quindi, la spesa italiana per istruzione terziaria è molto bassa.
Si potrebbe argomentare che per colmare
il divario di spesa pubblica per istruzione terziaria l’Italia faccia
affidamento alla spesa privata.
Tuttavia, sebbene la quota di spesa
privata sul totale in Italia (attorno al 30%) sia leggermente più alta rispetto
alla media Ue, il totale tra spesa pubblica e privata per l’istruzione
universitaria in percentuale di Pil è stato dello 0,6% nel 2015, al di sotto
della media Ue (0,9%).
E’ difficile pensare che la carenza di
spesa pubblica per istruzione universitaria non sia strettamente legata alla percentuale
di persone che conseguono una laurea, solamente il 26,9% in Italia a fronte di
una media europea del 39,9%.
Se da un lato è possibile che minori
risorse impiegate (meno docenti, strutture peggiori, ecc.) non creino le
condizioni ottimali per il conseguimento della laurea, non si può però
escludere che tra le spiegazioni del basso numero di laureati vi sia una bassa
propensione ad iscriversi all’università a causa dei rendimenti attesi.
In Italia gli adulti laureati guadagnano
in media solo il 38% in più di coloro che dopo la scuola superiore non hanno
proseguito gli studi, mentre la media Ocse è del 55% in più.
Questo fatto potrebbe essere motivato
dalla scelta del percorso universitario: in Italia, infatti, la percentuale di
laureati in discipline umanistiche, in media meno remunerative nel mercato del
lavoro, è più alta rispetto agli altri Paesi (il 39% contro una media del
23).
In conclusione, anche tenendo conto
degli aspetti demografici, l’Italia spende meno in istruzione terziaria
rispetto agli altri Paesi europei.
Pur essendo difficile stabilire se la
bassa percentuale di laureati sia un problema di domanda (i giovani non sono
interessati ad iscriversi o a portare a termine il percorso) o di offerta (si
spende meno e ciò riduce la qualità nell’istruzione terziaria e quindi
l’interesse degli studenti), ciò non toglie che una seria lotta agli sprechi in
altri settori potrebbe liberare risorse da far confluire nell’istruzione universitaria.
Anche alla luce dell’effetto che
l’istruzione terziaria ha sull’inserimento nel mercato del lavoro e sulla
formazione del capitale umano, sarebbe auspicabile assestarci su una spesa per
l’università più vicina alle medie Ue ed Ocse.
Tale ultima valutazione contenuta nel
rapporto citato la sottoscrivo pienamente.

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