mercoledì 19 giugno 2019

In 20 milioni costretti a pagare le prestazioni sanitarie


Secondo il nono rapporto Rbm-Censis sulla sanità pubblica, sono 19,6 milioni gli italiani costretti a pagare di tasca propria le cure. Le liste d’attesa sono un “calvario” e il 35,8% dei cittadini le ha trovate chiuse almeno una volta e per questo si rivolge al privato mettendo mano al portafoglio. La spesa privata quindi è salita a 37,3 miliardi di euro, +7,2% dal 2014 (-0,3% quella pubblica).

“I forzati della sanità di tasca propria pagano a causa di un servizio sanitario che non riesce più a erogare in tempi adeguati prestazioni incluse nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) e prescritte dai medici”, si legge nell'indagine.

Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico ne ha effettuata almeno un'altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti.

In 28 casi su 100 i cittadini, visto che i tempi d'attesa sono eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud).

I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica.

Nell'ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. E’capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti.

Lunghe o bloccate, le liste d'attesa sono invalicabili.

In media, 128 giorni d'attesa per una visita endocrinologica, 114 giorni per una diabetologica, 65 giorni per una oncologica, 58 giorni per una neurologica, 57 giorni per una gastroenterologica, 56 giorni per una visita oculistica.

Tra gli accertamenti diagnostici, in media 97 giorni d'attesa per effettuare una mammografia, 75 giorni per una colonscopia, 71 giorni per una densitometria ossea, 49 giorni per una gastroscopia.

E nell'ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d'attesa chiuse.

“E’ chiaro che cosi non si può continuare, i dati parlano chiaro - spiega Marco Vecchietti, amministratore delegato e direttore generale di Rbm assicurazione salute - commentando i risultati del rapporto.

Occorre pianificare un veloce passaggio da una sanità integrativa a disposizione di pochi, circa 14 milioni di italiani hanno una polizza sanitaria, ad una sanità integrativa diffusa, un vero e proprio ‘welfare di cittadinanza’, attraverso l’evoluzione del welfare integrativo da strumento ‘contrattuale’ a strumento di ‘tutela sociale’ in una prospettiva di presa in carico dell’intero ‘progetto di vita’ dei cittadini.

Non bisogna dimenticare, infatti, che i bisogni di cura crescono con il progredire dell’età e con l’insorgenza di malattie croniche o di lunga durata”.

E così prosegue Vecchietti, “Non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del servizio sanitario nazionale attraverso un secondo pilastro sanitario aperto. 

Un sistema sanitario universalistico è incompatibile con una necessità strutturale di integrazione ‘individuale’ pagata direttamente dai malati, dagli anziani e dai più fragili.  Il secondo pilastro sanitario non è un modello nel quale i cittadini ricevono le cure privatamente, ma un sistema di ‘gestione in monte’ delle prestazioni sanitarie erogate al di fuori del servizio sanitario nazionale rimaste a loro carico.

Non è la sanità integrativa a spingere i consumi privati in sanità, ma la crescita della spesa sanitaria privata a richiedere un maggiore livello di ‘intermediazione’ delle cure private dei cittadini”.

Ma non tutti sono d’accordo con la ricetta proposta da Vecchietti.

Ad esempio, il giurista Luca Benci ha scritto:

“…Ritorna a questo punto il problema comunicativo. Per vendere un prodotto che da élite diventa ‘popolare’ Rbm Spa si mette l’eskimo e utilizza un linguaggio tradizionale di sinistra.

Ecco allora che cita l’amatissimo e insostituibile articolo 32 della Costituzione che declina la salute come ‘diritto fondamentale dell’individuo’, che parla di ‘prevenzione e di cura’, che riconosce che il servizio sanitario nazionale ‘è lo strumento attraverso il quale viene attuato il diritto alla salute sancito dalla Costituzione’.

Rbm Spa ci ricorda che in questi anni è cresciuto un sistema sanitario ‘auto-organizzato’ - autoorganizzazione e autogestione sono termini tradizionalmente cari al sindacalismo di base e ai centri sociali - che fa aumentare le ‘disuguglianze e colpisce i malati, i più fragili ed i più deboli’.

Ecco allora che si offre la soluzione del problema delle gravi disuglianze di salute.

Si potrebbe pensare a una redistribuzione diversa del reddito, a un sistema fiscale più progressivo, a un’imposta patrimoniale nei confronti della popolazione più abbiente da dedicare a garantire il diritto alla salute e ad altre politiche coerenti.

Invece no, la soluzione è a portata di mano: la Spesa Sanitaria Privata (proprio così con tutte le maiuscole come iniziali).

E’ il ‘nodo irrisolto’ ed è l’elemento che si candida a essere ‘un elemento sempre più caratterizzante del percorso di cura degli italiani’.

Poi quasi a pentirsi di questo precoce disvelamento di intenzioni (pag. 3 del rapporto) del tutto tipico per una società per azioni, reindossa l’eskimo e analizza con dispiacere la ‘perdita di quote di universalismo’, l’iniquità del sistema fiscale e di compartecipazione della spesa, fino a recuperare un lessico mutuato dal padre nobile indiscusso della teorizzazione dei diritti parlando di ‘migranti della salute’ (‘migranti di diritti’ scriveva Stefano Rodotà).

… Le proposte finali, seppure nel surrettizio linguaggio di sinistra, sono chiare: mutue per tutti e privatizzazioni.

Attenzione l’eskimo è sempre a portata di mano: le mutue sono ‘fondi’ e la privatizzazione è il ‘secondo pilastro’.

Anche in questo caso il linguaggio regna sovrano: ‘mutue’ e ‘privatizzazioni’ evocano ormai concetti negativi: le prime ricordano il fallimento delle mutue sanitarie del novecento e le privatizzazioni non hanno mai avuto esiti felici nel nostro Paese.

Utilizzare ‘fondi’ e ‘secondo pilastro’ in luogo di mutue e privatizzazioni ricorda quei ristoranti che cambiano tutto affinché nulla cambi: da ‘cucina casalinga’ si sono ridenominati - senza ovviamente convertirsi - in ‘cucina del territorio’ o in ‘cucina della tradizione’.

Nomi oggi con più allure, ma con identica sostanza.

… Nessun cenno ai conflitti di interesse che una società leader del mercato assicurativo ha inevitabilmente, in un documento che ha come finalità la promozione della privatizzazione, perché di questo si tratta.

Il rapporto Rbm Spa e Censis è un inno alla promozione della privatizzazione!

Credo anche io che sarebbe necessario rilanciare la sanità pubblica, non certo quella privata.

Ma questo governo saprà e vorrà farlo?

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