I dati Istat sul
terzo trimestre certificano che il Pil italiano scende per il calo di consumi e
investimenti causato dal peggioramento delle aspettative, mente l’export ha
ripreso a tirare. E’ ora che il governo smetta di fare danni e dia invece una
mano, correggendo la manovra in senso più prudente.
Questa
è l’opinione dell’economista Francesco Daveri espressa in un articolo
pubblicato su www.lavoce.info.
Così
continua Daveri:
“Tre
mesi fa, dopo i primi cento giorni del governo del cambiamento scrissi su
questo sito un pezzo che era già tutto contenuto nel suo titolo: ‘Cento giorni
senza fare niente per l’economia sono troppi’.
Osservavo
che con segnali di rallentamento dell’economia evidenti già a inizio anno i
vice premier e i loro ‘consiglieri economici’ avevano preferito baloccarsi con
chiacchiere estive da social network sull’uscita dall’euro e altre idee
futuribili piuttosto che provare a riflettere su come sostenere l’economia in
modo pratico senza scassare i conti e far ripartire lo spread.
Il
pezzo coglieva necessariamente solo una parte delle conseguenze del governo
attuale per l’economia. D’altronde dopo 100 giorni come giudicare già un
governo che arrivava dopo - si diceva - decenni di malgoverno?
Ora
di giorni ne sono passati duecento e qualcosa di più si è visto. In particolare
è diventato più chiaro che il nuovo governo non si è limitato a non fare nulla
ma ha anche già fatto molti danni.
Ci
sarà tempo per valutare con attenzione gli effetti sul mercato del lavoro del
cosiddetto ‘decreto dignità’ (per non rassegnarsi alla rifondazione del
vocabolario effettuata in questi mesi bisogna sempre aggiungere un ‘cosiddetto’
prima di riportare la denominazione delle politiche in via di attuazione) così
come dell’ottovolante dello spread di queste settimane sul costo del credito
per le aziende e sul costo e sulla disponibilità di mutui per le famiglie.
Ma
l’economia intanto sta già mandando segnali chiari e forti.
I
dati del terzo trimestre di quest’anno dicono che il Pil è leggermente
diminuito rispetto al trimestre precedente.
Quando
era uscita la stima preliminare dell’Istat sul terzo trimestre il premier
Giuseppe Conte si era affrettato a precisare che l’Italia stava rallentando ‘ma
non per colpa nostra’. E’ l’Europa che rallenta, diceva l’autoproclamato ‘avvocato
difensore del popolo’.
I
dati definitivi del terzo trimestre raccontano una storia differente. Il calo
del Pil viene dal calo della domanda interna privata, cioè dal calo degli
investimenti e dal calo dei consumi, sia di quelli durevoli che di quelli non
durevoli, mentre la componente estera è tornata a crescere (+1% circa rispetto
al trimestre precedente, dopo due trimestri molto negativi).
Questi
pochi numeri contraddicono le affermazioni del premier Conte.
Non
è proprio tutta l’Europa che rallenta, ma solo l’Italia e la Germania, mentre
ad esempio Francia e Spagna - come il resto del mondo - continuano a marciare,
il che non descrive un quadro di un’Europa o di un mondo che sta entrando in
recessione.
Chi
rischia di entrare in recessione è l’Italia.
I
brutti numeri della Germania (-0,2% rispetto al trimestre precedente per il Pil
tedesco) frenano sicuramente il nostro export. Ma rimane che l’export italiano
del terzo trimestre è andato bene. Mentre ad andare male sono consumi e
investimenti, ad alimentare i quali sono le aspettative.
E
le aspettative delle imprese e dei manager che fanno gli acquisti (nel grafico
sotto) sono negative da mesi e il loro segno meno si è appuntito nel mese di
ottobre. Il che non promette niente di buono per il quarto trimestre dell’anno.
Se è
la domanda interna che va male (a differenza che negli anni passati), mentre la
domanda estera è tornata a riprendersi viene il sospetto che ci sia qualcosa
che è stato fatto in questi mesi che non è stato ben accolto da famiglie e
imprese quando prendono le loro decisioni.
Un
segno che la proposta di legge di bilancio non è stata un macigno solo sullo
stomaco dell’Europa e dei mercati ma anche su quello del popolo italiano che si
vuole tutelare a parole ma non nei fatti.
Non è
troppo tardi però per scrivere una vera ‘manovra del popolo’.
Bisogna
prima di tutto tornare indietro sui numeri del deficit mandati in Europa,
riducendo al 2% quello per il 2019 e indicando un rapido ritorno a un sentiero
di riduzione del deficit strutturale.
Nel
farlo bisogna poi scrivere numeri più credibili per la crescita che si può
plausibilmente ottenere con gli attuali chiari di luna.
Con
una politica di bilancio più prudentemente espansiva per il 2019 scenderebbe un
po’ lo spread e soprattutto la borsa potrebbe recuperare.
Non
ci sarebbe bisogno di predisporre muscolari piani di salvataggio per le banche.
Certo bisognerebbe rinviare il ‘vaste programme’ della cancellazione della
povertà a un’altra data, ma almeno famiglie e imprese potrebbero guardare al
Natale e alla fine del Qe della Bce con maggiore serenità.
Sarà
una missione impossibile?”.
Gli
obiettivi che il governo, secondo Daveri, si dovrebbe proporre, potrebbero
realizzarsi. Infatti, il governo ha recentemente promesso all’Unione europea di
contenere il deficit al 2% del Pil.
Ma
non credo proprio che in questo modo il nostro Paese nel 2019 riuscirà a crescere
ad un tasso più elevato di quanto viene previsto da varie istituzioni e
autorità, nonché centri di ricerca, autonomi e autorevoli, raggiungendo almeno
un tasso pressocchè uguale al tasso medio dell’Ue.
Sarebbe
infatti necessario cambiare notevolmente la qualità della manovra, contenendo l’aumento
della spesa pubblica corrente (e ciò significherebbe non realizzare sia il
reddito di cittadinanza che la quota 100 per le pensioni) e accrescendo
notevolmente gli investimenti.
E
gli azionisti di maggioranza del governo, cioè Salvini e Di Maio, non intendono
affatto modificare nel senso da me indicato la manovra.

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