Nel 1° rapporto
di Caritas Italiana e Csvnet sugli empori solidali è contenuta la mappatura di
178 “negozi” attivi e almeno 20 in avvio: più della metà aperti nell’ultimo
triennio. Nel 2017 servite 30.000 famiglie e 105.000 persone, per un quarto
sotto i 15 anni. Oltre 100.000 le ore annuali di servizio, garantite finora da
5.200 volontari. Sono 178 gli empori solidali attivi in Italia, distribuiti in
19 regioni; e almeno altri 20 sono pronti ad aprire entro il 2019.
Sono
questi i dati principali contenuti nel primo rapporto sul fenomeno realizzato
da Caritas Italiana e Csvnet, l’associazione dei centri di servizio per il
volontariato.
Gli
empori sono una forma avanzata di aiuto alle famiglie che vivono situazioni
temporanee di povertà; spesso costituiscono un’evoluzione delle tradizionali e
ancora molto diffuse (e indispensabili) distribuzioni di “borse-spesa”.
Si
tratta di un modello che ha conosciuto una crescita impressionante nell’ultimo
triennio: il 57% degli empori (102) ha aperto tra il 2016 e il 2018, quota che
sale al 72% se si considera anche l’anno precedente.
Il
primo è nato nel 1997 a Genova, mentre è dal 2008, con le aperture degli empori
Caritas a Roma, Prato e Pescara, che il modello ha cominciato ad affermarsi.
Nel
realizzare questa prima mappatura - che servirà ad aprire la strada a diversi
approfondimenti futuri - Caritas Italiana e Csvnet hanno circoscritto i servizi
da indagare in base a quattro caratteristiche comuni, pur nella varietà delle
esperienze:
l’aspetto
e il funzionamento simile a negozi o piccoli market;
la
distribuzione gratuita di beni di prima necessità, resi disponibili da
donazioni o acquisti, tra i quali i beneficiari possono liberamente scegliere
in base ai propri bisogni e gusti;
l’essere
in rete con altre realtà del territorio per l’approvvigionamento e/o
l’individuazione dei beneficiari;
il
proporre, insieme al sostegno materiale, altri servizi di orientamento,
formazione, inclusione e socializzazione.
Nella
quasi totalità dei casi gli empori sono gestiti da organizzazioni non profit,
spesso in rete fra loro: per il 52% sono associazioni (in maggioranza di
volontariato), per il 10% cooperative sociali, per il 35% enti ecclesiastici
diocesani o parrocchie, per il 3% enti pubblici.
Il
ruolo di questi ultimi, quasi sempre Comuni (300 quelli coinvolti), è
riconosciuto da quasi tutti gli empori in ordine all’accesso e
l’accompagnamento dei beneficiari. Le Caritas diocesane hanno un ruolo in 137
empori (in 65 casi come promotrici dirette); i Csv lo hanno in 79 empori,
offrendo prevalentemente supporti al funzionamento.
Gli
empori sono aperti per 1.860 ore alla settimana per un totale di oltre 100.000
ore all’anno. La maggioranza apre 2 o 3 giorni alla settimana (non
consecutivi); privilegiati i giorni infrasettimanali, mentre 37 sono aperti
anche il sabato.
Dall’apertura
al 30 giugno 2018 tutti gli empori attivi hanno servito più di 99.000 famiglie
e 325.000 persone, di cui il 44% straniere. Una utenza anagraficamente molto
giovane: il 27,4% (di cui un quinto neonati) ha meno di 15 anni, appena il 6,4%
supera i 65.
Prendendo
in considerazione solo il 2017, le famiglie beneficiarie sono state oltre 30.000
e le persone 105.000.
L’accesso
agli empori avviene in base alla verifica delle condizioni di difficoltà utilizzando
combinazioni di documenti (soglia Isee, Irpef) e colloqui individuali.
Le
famiglie fanno la spesa gratis utilizzando in più di 150 una tessera
(elettronica o manuale) a punti da scalare; in altri empori si utilizzano
sistemi simili. Più dei tre quarti degli empori pongono un limite temporale di
accesso, rinnovabile per almeno una volta, con l’obiettivo di sostenere le
famiglie in difficoltà economica.
A
questo scopo, l’86% degli empori presta ulteriori servizi ai beneficiari: come
accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro,
terapia familiare, educativa alimentare o alla gestione del proprio bilancio,
consulenza legale ecc.
Inoltre,
il 55% delle strutture propone ai beneficiari lo svolgimento di attività di
volontariato, sia all’interno che presso altre realtà fuori.
Le
dimensioni e le caratteristiche degli empori sono piuttosto disomogenee.
Il
costo mensile per la gestione oscilla tra 0 e 28.000 euro, tuttavia più del 70%
si attesta nella fascia tra 1.000 e 4.500 euro. A pesare maggiormente sono le
voci di costo relative all’acquisto diretto dei beni (circa 40%) e personale
(per il 22%).
Sono
più di 1.200 (soprattutto supermercati e piccola distribuzione alimentare) le
imprese che collaborano direttamente con gli empori. Da esse proviene il volume
maggiore dei beni che verranno messi a disposizione sugli scaffali, anche se
non tutti ne usufruiscono: il “fornitore” che accomuna la quasi totalità delle
strutture è infatti il terzo settore, anche se questa voce è spesso correlata a
raccolte di beni negli esercizi privati da parte di organizzazioni non profit
del territorio, in particolare il Banco Alimentare. Da registrare che sono 134
gli empori che dichiarano una quota più o meno alta di acquisto diretto.
Notevole
la varietà dei beni in distribuzione. Accanto agli alimenti non deteriorabili,
già presenti nei “pacchi” distribuiti sul territorio, gli empori riescono a
disporre e hanno la capacità di gestire, mantenendo tutti i requisiti di igiene
e sicurezza del prodotto: alimenti freschi e ortofrutta (in 124 servizi),
alimenti cotti (in 30) e surgelati. Ma anche prodotti per l’igiene e la cura
della persona e della casa (in 146 empori), indumenti (in 50), fino ai prodotti
farmaceutici, ai piccoli arredi e agli alimenti per gli animali. Molto presenti
infine prodotti per bambini e ragazzi: giocattoli (disponibili in 62 realtà),
articoli per la scuola e prodotti di cancelleria (in 92) e soprattutto alimenti
per neonati (in 150).
Infine
i dati sulle risorse umane.
Quella
degli empori è una storia di volontari, che sono presenti in tutte le
strutture. Sono stati 5.200 (32 in media) quelli dichiarati nell’attività di
questi anni e 3.700 (21) quelli attivi al momento della rilevazione.
I
volontari svolgono tutte le mansioni: dall’approvvigionamento
alla distribuzione, dall’amministrazione al coordinamento e naturalmente alla
governance. Interessante la partecipazione di volontari stranieri, presenti
fino ad oggi in quasi la metà degli empori ed oggi in un terzo, con una media
di 4 per servizio.
Sono
178 gli operatori retribuiti al momento della rilevazione, dichiarati da 83
empori: 54 di questi ha solo personale part-time; le persone a tempo pieno sono
49 distribuite nei restanti 29 empori, mentre sono 44 i giovani in servizio
civile.
“La
complessità della povertà esclude a priori la presunzione di chiunque di
disporre di una soluzione epocale”, affermano nelle riflessioni conclusive il
direttore di Caritas Italiana don Francesco Soddu e il presidente di Csvnet
Stefano Tabò.
Tuttavia
il rapporto mette in luce tre punti di forza del “modello” empori solidali.
Il
primo è il suo essere “nato dalla capacità di mettere in discussione prassi
consolidate di aiuto materiale”: di fronte a persone e bisogni diversi da
quelli tradizionali ci sono state “comunità capaci di scegliere alleanze
inedite per costruire un servizio nuovo”. E ad attivare questa capacità “c’è
sempre, come protagonista, un volontariato che sa costantemente cambiare e
adattarsi”, insieme a imprese, professionisti, associazionismo non
esclusivamente sociale, scuola, fino ai privati cittadini.
Il
secondo è la caratteristica degli empori di essere un servizio non solo
“benefico”, ma anche rigoroso e competente: negli iter di accesso, nei sistemi
di attribuzione del punteggio, nel definire “patti di accompagnamento” delle
persone. Caratteri che li distinguono dai servizi “mordi e fuggi” di pura
assistenza materiale, qualificandoli come tessere di percorsi più stabili di
contrasto all’esclusione sociale.
Gli
empori infine costituiscono il “terminale di un sistema che provvede all’aiuto
materiale nell’ambito di interventi fortemente relazionali e promozionali. Al
collegamento pressoché costante ad un servizio di ascolto, si aggiungono le
proposte di laboratori, percorsi formativi e culturali, non di rado aperti a
tutta la cittadinanza: dalla cucina con gli avanzi alla gestione del bilancio
familiare; dal risparmio energetico al piccolo artigianato; dalle riparazioni
al cucito e al bricolage; fino al sostegno allo studio e all’educazione
alimentare di cui beneficiano - anche in termini di possibilità di riscatto -
soprattutto i bambini”.

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