mercoledì 24 maggio 2017

Solo il 18% della popolazione tra i 25 e i 64 anni è laureata


E’ stato, recentemente, presentato, da parte dell’associazione TreeLLLe un quaderno “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, nel quale si analizza approfonditamente la situazione delle università italiane, effettuando numerosi e utili confronti con quanto avviene negli altri Paesi europei.

Ho ritenuto opportuno riportare alcune parti dell’introduzione, scritta dal presidente dell’associazione in questione, Attilio Oliva, perché particolarmente interessanti.

“Va riconosciuto ai decisori pubblici del nostro Paese il merito, specie nella seconda metà del secolo scorso, di aver esercitato uno sforzo poderoso volto a recuperare il ritardo storico del nostro Paese: nel 1950 circa il 60% degli italiani era privo di titolo scolastico, o aveva al massimo il titolo di licenza elementare.

Persistono peraltro preoccupanti elementi di debolezza, rappresentati non solo dal deficit di laureati sulla popolazione, ma, ed anche più preoccupante, dal basso livello di ‘competenze funzionali’ rilevato dalle indagini internazionali.

Da queste indagini si evince che un terzo della popolazione italiana ha debolissime competenze funzionali (ovvero la capacità di comprendere e utilizzare testi scritti e di utilizzare strumenti matematici nei contesti di vita e lavoro quotidiano), che un altro terzo ha competenze fragili e a rischio di obsolescenza, e che solo un terzo delle persone è in grado di leggere, scrivere, discutere con un adeguato livello di conoscenze e competenze…

Ancora oggi, il 40% della popolazione di età compresa fra i 25 e i 64 anni possiede al massimo la licenza media, il 42% ha conseguito il titolo secondario superiore e solo il 18% ha un titolo di studio di livello universitario (mentre i laureati in Germania sono il 27%, in Francia il 33%, nel Regno Unito il 44%).

Il deficit italiano di laureati è particolarmente acuto per la totale assenza di lauree professionalizzanti, titoli conseguiti al termine di cicli di formazione, che sono invece fortemente diffuse in tutti gli altri Paesi…

Resta, peraltro, da spiegare una contraddizione: il sistema formativo produce un output di ‘format’ inferiore agli standard europei, ma il sistema produttivo non sembra assorbire neppure questi. Una domanda sorge legittima: dipende dalla inadeguatezza del primo o dalla scarsa propensione alla innovazione del secondo?

Nella seconda metà del secolo scorso, l’università italiana ha vissuto una grande fase di sviluppo: dai 300.000 iscritti del 1961, si è arrivati a oltre 1.800.000 nel 2008. A partire da allora, tuttavia, la domanda di formazione universitaria è progressivamente diminuita: la popolazione universitaria nel suo insieme oggi arriva a 1.650.000 studenti.

Hanno inciso su questa dinamica noti fattori demografici, il venir meno degli incentivi all’iscrizione in età adulta, l’impatto della crisi economica e un certo grado di sfiducia nei confronti dell’università come strumento per trovare occupazione e come ascensore sociale…

Ci sono anche altri fattori di debolezza, il più importante dei quali è costituito dallo storico sottofinanziamento del sistema universitario: appena l’1% del Pil contro l’1,4% della Ue-22 ed il 2,6% degli USA (dati 2015).

Sono necessarie nuove risorse per recuperare terreno in Europa, per fare in modo che le nostre università siano competitive sulla scena internazionale, per reclutare giovani ricercatori e per avviare da subito una offerta di istruzione superiore professionalizzante (sia universitaria che non-universitaria) che al momento, caso unico in Europa, è quasi del tutto inesistente.

La linea seguita dal Governo dal 2008 in poi è stata invece di segno opposto fatta di tagli particolarmente severi, sia sul piano finanziario che per il reclutamento di nuovo personale. E’ stato purtroppo vero che negli anni precedenti, ed in particolare a partire dal 2000, un numero significativo di università ha utilizzato male gli ampi margini di autonomia gestionale, finanziaria e didattica di cui disponeva: con la conseguenza di una crescita fuori controllo nel numero dei corsi e dei docenti e di pesanti squilibri finanziari.

Ma la cura è stata da cavallo: il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che nel 2009 era di 7,5 miliardi, è sceso nel 2016 a 6,9 miliardi, e cioè dell’8% in termini nominali e di quasi il 20% in termini reali.

Inoltre è stata prima bloccata, poi severamente regolamentata, la politica di assunzioni, con il risultato che i docenti di ruolo sono scesi del 20% (da 62.000 a 50.000), diminuzione solo in parte compensata dal reclutamento di nuovi ricercatori a tempo determinato. Questi interventi hanno peraltro inciso sia sulle realtà che avevano effettivamente abusato degli spazi di autonomia di cui godevano, sia su quelle decisamente più virtuose…”.

Oliva, al termine della sua introduzione, valuta positivamente la legge di riforma 240 del 2010, la cosiddetta legge Gelmini, “una riforma di vasta portata, frutto del coinvolgimento di differenti forze politiche, che ha ridisegnato i meccanismi fondamentali del funzionamento dell’università con l’obiettivo prioritario della promozione dell’efficienza, della sostenibilità economica, del merito.

Nonostante le forti resistenze legate alla rilevanza delle innovazioni che si volevano introdurre e al clima non favorevole causato dal taglio del FFO e dal blocco del turnover, sono state introdotti numerosi cambiamenti sostanziali alle regole del gioco creando le condizioni per la modernizzazione del sistema nella direzione della trasparenza e dell’efficacia…”.

“Si sono così realizzate in concreto le condizioni di base affinchè l’università italiana si sviluppi secondo modelli europei avanzati, ma esistono ancora zavorre di natura operativa e di costume che vanno rimosse.

La pervasività degli interventi deve peraltro indurre a riflettere sul fatto che l’università è stato l’unico settore della pubblica amministrazione che si sia sottoposto, partecipandovi peraltro attivamente attraverso la Conferenza dei Rettori (Crui), a una importante riforma.

E’ necessario ora che il Governo ridia fiducia al sistema con risorse aggiuntive: senza di queste, non solo l’Italia non riuscirà ad allinearsi all’Europa per il livello di investimenti nell’istruzione superiore, ma favorirà le resistenze di chi si oppone al processo di ammodernamento in corso.

La riforma, per essere attuata pienamente e interiorizzata da tutte le componenti del sistema universitario, richiederà comunque un certo tempo: ma questo potrà risultare più breve se fluidificato da risorse aggiuntive e da comportamenti esemplari e coerenti praticati da tutti i ruoli apicali della università.

Un aiuto lo darà anche il ricambio generazionale fra docenti che indebolisce le nostalgie del passato e le tentazioni di anacronistici ritorni alla situazione precedente. Le recentissime norme relative all’università inserite nella legge di stabilità 2017 sono un primo, modesto ma apprezzabile, segnale di rinnovata attenzione verso il sistema universitario da parte del Governo e del Parlamento…”.

Quindi, secondo l’associazione TreeLLLe l’obiettivo più importante da perseguire è rappresentato da un consistente aumento delle risorse finanziarie a disposizione delle università.

Ora, tale obiettivo è certamente condivisibile, anche perché lo Stato italiano spende per il sistema universitario molto meno di quanto fanno i principali Paesi europei.

Si tratta di verificare, però, se, in tutte le sue parti, la riforma Gelmini deve essere valutata positivamente o se sia necessario introdurre alcuni cambiamenti normativi. Soprattutto la problematica dei rapporti tra sistema universitario e sistema produttivo deve essere affrontata, senza dubbio, in modo molto più incisivo.

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