In un recente studio della Bce (Banca centrale europea), presieduta da
Mario Draghi, si sostiene che il tasso medio di disoccupazione, nell’eurozona -
nei Paesi dell’Unione europea che adottano l’euro -, dato dal rapporto tra il
numero di disoccupati e le forze di lavoro, sarebbe in realtà non il 9,5% ma il
18%. Quindi il numero effettivo dei disoccupati sarebbe circa il doppio di
quello che viene rilevato dall’Eurostat.
Chi ha ragione? L’Eurostat o la Bce?
Innanzitutto, è opportuno verificare come la Bce arriva a quel
tasso di disoccupazione.
La Bce considera anche un 3,5% della popolazione in età lavorativa,
normalmente definiti “inattivi”, in gran parte quelli che sono chiamati
“lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che non stanno attivamente cercando
lavoro, pur se sono disponibili a lavorare, in quanto ritengono che non ci
siano posti di lavoro che soddisfino le loro esigenze.
Poi, la Bce tiene conto di un altro 3%, attualmente
sotto-occupato, che lavora meno ore di quanto vorrebbe. E i sotto-occupati nei
Paesi dell’eurozona sarebbero attualmente 7 milioni. Tra questi anche i molti
lavoratori tedeschi occupati nei cosiddetti mini-job, circa 5 milioni, con uno
stipendio medio mensile pari a 500 euro.
Ora in tutti i Paesi del mondo il tasso di disoccupazione viene calcolato
tenendo conto dei criteri utilizzati dall’Eurostat. Anche l’Istat adotta gli
stessi criteri.
Certamente, vengono forniti i dati sugli inattivi, le stime sui lavoratori
scoraggiati e quelle su coloro che la Bce considera sotto-occupati, pur se
dati precisi su queste due ultime categorie di persone è difficile averli
a disposizione.
Ma, ripeto, il numero dei disoccupati, ovunque, è determinato non
considerando i lavoratori scoraggiati e i sotto-occupati.
E a me sembra corretto considerare tra i disoccupati solo coloro che
cercano attivamente un lavoro, anche perché determinare quanti sono i
cosiddetti lavoratori scoraggiati, come ho già rilevato, è tutt’altro che
facile, e considerare fra gli occupati anche i cosiddetti sotto-occupati,
perché, anche in questo caso, non è facile stabilire con certezza il loro
numero.
Anche altre statistiche economiche, ad esempio quelle sul Pil, sono
imprecise, frutto di convenzioni che gli statistici di tutto il mondo hanno
ritenuto opportuno di adottare, perché è molto difficile quantificare certi
fenomeni.
Ma se si adottassero altri criteri, i dati sarebbero ancora meno
affidabili, essendo maggiormente imprecisi.
Pertanto, io ritengo che sia opportuno continuare, per quanto concerne il
mercato del lavoro, e quindi anche il fenomeno della disoccupazione, a ritenere
validi i dati forniti dall’Eurostat, pur non dimenticando che esistono i
lavoratori scoraggiati, i sotto-occupati e tentando di fornire almeno delle
stime sul loro numero, relative ai diversi Paesi europei.

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