Il
tasso di fecondità delle giovani con meno di 30 anni è in Italia tra i più
bassi in Europa e lo stesso accade per il tasso di occupazione femminile per
chi ha un’età compresa tra i 25 e i 29 anni. E fino ad ora non è stata attuata
una politica organica tendente a migliorare la situazione esistente.
Mi sembra legittimo quindi porsi una domanda: ma coloro che sono al vertice degli organismi di governo e i gli imprenditori non hanno figlie?
E comunque se non si cambia in breve tempo ciò che avviene ora, è inevitabile che il tasso di natalità resti molto basso, provocando una costante e notevole riduzione della popolazione, un processo di invecchiamento ancora maggiore dell’attuale, e pertanto notevoli problemi per la sostenibilità del sistema previdenziale fin dai prossimi anni.
L’Italia, è noto, non è un Paese per i giovani e tanto meno lo è per le giovani donne.
Cosa si potrebbe fare quindi affinchè si verifichi un’inversione di tendenza?
Alcune proposte sono contenute in un articolo scritto dal demografo Alessandro Rosina:
“…richiedono che venga favorito un processo di convergenza parallela tra donne e uomini…Agire solo sulla convergenza è come pretendere che le donne possano eccellere solo se adottano un ‘avatar’ maschile esterno. La conseguenza è una carenza di donne al vertice o la possibilità di arrivarci solo se si rinuncia ad avere figli e si adottano schemi maschili, spesso accentuandoli..
In questa prospettiva il primo fronte su cui agire è la formazione. Le giovani donne presentano una più bassa dispersione scolastica e raggiungono titoli di studio più elevati dei coetanei. Sono però molto meno messe nelle condizioni di combinare le sensibilità e le modalità di apprendimento che le caratterizzano con competenze tecniche ed informatiche avanzate…
Come le donne non sono meno predisposte alle materie tecniche, ma vanno aiutate a trovare la declinazione più adatta per appassionarsi a esse e metterle in coerenza con proprie sensibilità, così gli uomini non sono meno predisposti all’attività sociale e di cura…
Questo è il secondo cruciale fronte su cui agire. La combinazione tra sovraccarico di accadimento materno con rinuncia al lavoro e sovraccarico di lavoro paterno con rinuncia al rapporto di attaccamento, è parte di un modello che pone vincoli anziché promuovere benessere.
E’ necessario, allora, superare persistenti stereo tipi anche attraverso nuovi modelli culturali favoriti da politiche mirate, in grado di rendere la scelta e l’esperienza di un figlio condivisa tra i genitori, ma anche armonizzata con le altre scelte nei percorsi paralleli di carriera.
A ben vedere, quindi, l’aumento dell’occupazione femminile (o ancor, meglio, la valorizzazione dello specifico capitale femminile in ogni ambito), inserita nella giusta prospettiva, non è solo una questione di rivendicazioni e diritti, verso il quale l’attuale governo appare tiepido, ma aiuta, pragmaticamente, tutto il Paese a funzionare meglio…
Consente, inoltre, di contenere gli squilibri demografici di una popolazione che invecchia, ma anche di ridurre le diseguaglianze sociali e territoriali, dato che la bassa occupazione femminile penalizza soprattutto le regioni del Sud e l’accesso a un secondo reddito delle famiglie con figli. Favorisce, per essere più espliciti, la natalità e riduce la dipendenza passiva dal reddito di cittadinanza….)”.
Aggiungo alle considerazioni già svolte da Rosina, la necessità che il sistema di welfare si estenda, aumentando considerevolmente il numero degli asili nido, che si estenda il tempo pieno per quanto concerne il sistema scolastico e che siano varati provvedimenti di natura fiscale che favoriscano le famiglie con figli.
Ma tutti questi interventi devono essere varati il prima possibile, prima che sia troppo tardi per consentire un’inversione di tendenza relativamente al progressivo decremento della popolazione italiana.

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