In dieci anni è cambiato tutto nel mercato del lavoro
italiano, o quasi. E’ questo quello che emerge dalla nuova analisi condotta da
Istat, Inps, ministero del Lavoro, Anpal e Inail, recentemente presentata. E’ cambiata
la composizione dei lavoratori, le loro competenze, i settori, le ore lavorate
e tanto altro ancora. Un rapporto che è anche una novità, perché per la prima
volta mette a sistema fonti statistiche e amministrative provenienti da enti
diversi.
Il rapporto viene esaminato in
un articolo di Francesco Seghezzi pubblicato su www.open.online.
Apparentemente non sembrerebbe
che sia cambiato nulla. Infatti fatti 100 gli occupati del
2008 nel 2018 (dati del III trimestre) erano 99,4.
In pratica il numero degli occupati nel 2018 è tornato
ad essere pari al numero verificatosi nel 2008.
Invece, ci sono stati cambiamenti molto importanti.
Innanzitutto
il mercato del lavoro ha guadagnato ben 503.000 occupate donne. Ma ha perso 388.000
occupati maschi, a dimostrazione che molti lavori persi negli anni della crisi
non sono ancora stati ritrovati e che la componente femminile ha spesso
sostenuto il reddito famigliare in nuclei nei quali, prima della recessione,
lavorava solo il maschio.
E
questo aumento dell'occupazione femminile non spiega però il cambiamento del
regime orario che è uno degli elementi che ha determinato la più grande
mutazione nel decennio.
Infatti
sono aumentati di 1,4 milioni gli occupati con part time involontario (coloro
che vorrebbero lavorare con un full time ma non riescono a trovarlo) mentre sono
diminuiti di 866.000 gli occupati a tempo pieno e di 450.000 quelli a part time
volontario.
Non
si tratta quindi di nuove donne al lavoro che scelgono il part time, ma di
riduzione delle ore di lavoro che avviene contro la volontà del lavoratore a
causa, probabilmente, di una riduzione della produzione e una mancanza di
ripresa effettiva dopo la crisi economica. Per cui si predilige salvaguardare
il numero degli occupati a scapito del numero di ore lavorate. Lo stesso rapporto
infatti mostra come negli ultimi dieci anni le ore lavorate siano diminuite del
5%.
Ma
una ulteriore spiegazione di questo fenomeno arriva dai cambiamenti dei settori in cui si è concentrato
il lavoro. Sono aumentati infatti i servizi collettivi e alla persona in cui il
numero di ore lavorate è notoriamente inferiore a quelle dell'industria, che ha
visto un calo di 287.000 occupati e delle costruzioni (-549.000). Più occupati invece
nella ristorazione, negli alberghi, nei servizi di cura all'interno delle
famiglie, tutti lavori con meno ore, meno produttività e, spesso, meno salario
rispetto all'occupazione più tradizionale nell'industria.
Un
altro cambiamento ha riguardato le tipologie contrattuali.
In
dieci anni abbiamo avuto 600.000 lavoratori indipendenti (autonomi) in meno e
735.000 dipendenti a termine in più, mentre i lavoratori a tempo indeterminato
sono sostanzialmente rimasti invariati (-19.000). Sicuramente ha inciso
l'eliminazione di forme contrattuali come il co.co.pro. a partire dal 2016 e la
liberalizzazione dei contratti a termine ma è chiaro anche che la fase di
ripresa ha coinciso con una mutazione delle scelte di assunzione delle imprese
che si trovano ad operare in mercati più dinamici, incerti e concorrenziali.
C'è
poi il dato demografico, che è fondamentale per capire presente e futuro del
lavoro in Italia. Nel 2008 30 occupati su 100 avevano tra i 15 e i 34 anni, nel
2018 questo numero è sceso a 22.
La
causa principale è l'invecchiamento della popolazione ma un cambiamento così
ampio (quasi un terzo) non può che esser stato causato anche dalla situazione
di svantaggio e di difficoltà dei giovani nell'accesso e nella permanenza nel
mercato del lavoro.
Giovani che nel 2017, secondo il rapporto, hanno iniziato
prevalentemente a lavorare con un contratto a termine (50%) o con un
apprendistato (14%), mentre solo il 9% ha avuto un contratto a tempo
indeterminato. Tempo indeterminato che, dopo 24 mesi dal primo lavoro, solo il
50% dei giovani possiede. E tempo indeterminato che è più probabile del 12,5%
se si accede nel mercato del lavoro con un contratto di somministrazione
rispetto all'accesso con un contratto a termine. Peccato che solo il 9% entrino
nel mercato con questo contratto.

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