Tale tesi è sostenuta da Roberto Artoni in un articolo pubblicato su www.eguaglianzaeliberta.it.
Cosa sostiene Artoni?
“In questi tempi una grande attenzione è stata rivolta a possibili interventi sul cuneo fiscale: alla sua riduzione e al suo allineamento ai livelli che si pensa siano tipici di altri Paesi a noi assimilabili si attribuisce una significativa capacità di contribuire al miglioramento della situazione economica del Paese in una prospettiva di medio periodo.
A queste affermazioni di principio, che coinvolgono sia le parti sociali sia osservatori qualificati, non corrispondono nella pubblicistica corrente, a quel che sappiamo, analisi sufficientemente articolate.
La recente pubblicazione di un volume dell’Ocse, Taxing Wages, aprile 2020, consente di inquadrare queste tematiche in modo adeguato…
Il costo del lavoro riferito al lavoratore medio era nel 2019 intorno ai 60.000 euro in Austria, Belgio, Germania e Paesi Bassi e di poco inferiore ai 50.000 in Francia.
Era invece sensibilmente inferiore in Italia (41.000) e in Spagna
(35.000).
Deducendo i contributi a carico dei datori di lavoro e esaminando
quindi il salario lordo, le differenze assolute diminuiscono.
I paesi caratterizzati da un più alto costo del lavoro, registrano
salari lordi intorno ai 50.000 euro. Sono inferiori i salari lordi In Francia
(36.000 euro), in Italia (31.600 euro e in Spagna a 27.000
.
Possiamo a questo punto calcolare il cuneo fiscale, o tax wedge,
che, in percentuale del costo del lavoro del lavoratore medio, è compreso fra
il 52% del Belgio e il 47 della Francia; all’interno di questo intervallo si
collocano anche Austria, Germania e Italia (al 48%). A livelli inferiori si
collocano la Spagna (40%) e i Paesi Bassi, che tuttavia hanno un componente
significativa di non tax compulsory payments che rende non immediatamente
comparabile questo dato con quello degli altri Paesi…
Le elaborazioni dell’Ocse consentono di ripartire il cuneo fiscale
fra le diverse componenti.
In Italia metà (24 punti su 48) deriva dai contributi a carico dei
datori di lavoro, 17 dall’imposta sul reddito e 7 dai contributi dovuti dai
lavoratori.
In Germania, al contrario, il cuneo è equiripartito fra le tre
componenti. Se si vuole, in un contesto in cui il cuneo è sostanzialmente
equivalente nei Paesi da noi considerati, si può sottolineare il peso
relativamente elevato dell’imposta sul reddito nel nostro Paese.
Nell’analisi dei salari lordi il prelievo in termini percentuali
riflette in modo inversamente proporzionale il peso dei contributi a carico dei
datori di lavoro.
La riduzione è quindi particolarmente elevata in Germania, dove
raggiunge il 39%, e contenuta in Francia, al 17%.
In Italia è pari al 31%, con una forte incidenza del prelievo
tributario, due terzi del totale.
Può quindi essere calcolato il reddito annuo medio del lavoratore
a tempo pieno al netto di tutti prelievi che in Italia era nel 2019 pari a
21.800 euro (di poco inferiore a quello spagnolo), mentre negli altri Paesi il
salario netto medio si colloca al di sopra dei 30.000 euro…
Quali conclusioni e quali suggerimenti per il nostro Paese possono
essere tratte da una rapida analisi dei dati Ocse?
Non esiste in primo luogo un problema di costo del lavoro, che si
colloca a un livello sensibilmente inferiore a quello di Paesi a noi
assimilabili (vale se mai il contrario, se è vero che bassi salari
contribuiscono alla perpetuazione di strutture produttive non dinamiche).
Il cuneo fiscale, comunque lo si legga, in termini di costo del
lavoro e di salario lordo, non appare anomalo, stante le limitate differenze
che si possono cogliere nei dati da noi esaminati.
Emerge forse un peso relativamente elevato della componente
tributaria derivante dall’imposta personale, che trova peraltro conferma nel
fatto che l’incidenza delle imposte dirette è nel nostro Paese superiore alla
media europea.
Qui si può ricordare che nel 2019 il gettito delle imposte dirette
in Italia era pari al 14,4% del prodotto interno contro il 13 dell’area euro.
Sotto questo aspetto una correzione dell’imposta personale limitata ai redditi
più bassi trova giustificazione, come auspicabile è anche un incremento dei
cash benefits per i carichi famigliari.
Deve essere poi sottolineato che le correzioni del cuneo fiscale,
se di entità significativa, devono in Italia risolversi in una riduzione dei
contributi sociali destinati oggi per larghissima al finanziamento della
previdenza.
Ricordiamo che in Italia, escludendo il gettito dell’Irap, il
gettito contributivo è inferiore di 1,5 punti di prodotto interno alla media
europea. Un intervento che incida sul gettito contributivo in misura
consistente si deve necessariamente risolvere nel medio periodo in una
contrazione delle prestazioni pensionistiche o nel ricorso a forme
privatistiche di previdenza, che dovrebbero essere di fatto finanziate con
oneri a carico dei lavoratori, come insegna l’esperienza dei Paesi
anglosassoni.
Rimane tuttavia aperto, e qui veniamo al punto essenziale, il
problema del livello medio delle remunerazioni e della loro dinamica che come
abbiamo visto ci allontanano sensibilmente dagli altri paesi europei con
l’eccezione della Spagna.
A questo riguardo è sempre opportuno ricordare quanto ha scritto
la Banca d’Italia nelle relazioni rispettivamente del 2007 e del 2017: ‘fra
il 1992 e il 2007 le retribuzioni reali di fatto per unità di lavoro sono
cresciute del 7,75%, meno di mezzo punto percentuale all’anno; anche dopo l’attuale
fase espansiva iniziata nel 2013 i salari sono cresciuti di appena l’1,0 per
cento l’anno contro l’1,7 degli altri Paesi europei’.
I responsabili della politica economica del nostro Paese e i
rappresentanti delle parti sociali si dovrebbero interrogare sulle cause di
questo andamento anomalo che ha trovato necessario sbocco nella stagnazione
della domanda interna e quindi in un tasso di crescita del prodotto interno del
tutto insoddisfacente negli ultimi 20 anni.
Tutto ciò è dovuto a una legislazione che ha fortemente
contribuito a frammentare e il mercato del lavoro, introducendo ampie forme di
precariato con effetti negativi sulle remunerazioni dei lavoratori normali, a
tempo pieno e con contratti a tempo indeterminato, quali sono quelli che
abbiamo qui considerato?
Oppure è dovuto a una carenza di rappresentatività dei sindacati
che, nell’incapacità di determinare una dinamica salariale soddisfacente, si
sono rifugiati nella richiesta di interventi sulle componenti fiscali e
contributive del costo del lavoro?
Questi interventi, per quanto auspicabili per correzioni
marginali, non sono certamente in grado di modificare le linee fondamentali
della distribuzione primaria nel nostro paese e quindi determinare una svolta
nel tasso di crescita del paese, introducendo peraltro elementi di squilibrio
sociale nel medio periodo.
Qualunque siano le cause e i possibili rimedi, è certo che un esame più attento delle evidenze disponibili dovrebbe consentire di individuare le scelte appropriate, evitando pericolose scorciatoie”.

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