Liste di attesa
male comune in tutto il territorio nazionale; il Sud arranca su screening
oncologici e consumo di farmaci equivalenti; ancora quattro le Regioni che non
hanno adottato il piano cronicità; le coperture vaccinali restano
insufficienti, non solo al Sud. Questa la fotografia del federalismo sanitario che emerge dall’osservatorio
civico presentato recentemente da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del
malato.
Più di un cittadino su due, fra
quelli che si rivolgono al servizio di consulenza e informazione del Tribunale
per i diritti del malato ha denunciato difficoltà di accesso alle prestazioni
sanitarie a causa delle liste di attesa.
Secondo un rapporto presentato
dall’Istat nel novembre 2018 una percentuale non irrilevante di cittadini
rinuncia alle cure per i lunghi tempi di attesa: ciò avviene soprattutto per le
visite specialistiche.
La percentuale più alta di
rinuncia è al Sud e nelle isole (4,3%) dei pazienti mentre la percentuale più
bassa si rileva nel Nord Est (2,2%).
In ambito oncologico per un
intervento per tumore al polmone si attendono circa 13 giorni in Basilicata,
oltre 46 nelle Marche.
Per un intervento di tumore alla
mammella i tempi più brevi si registrano nella provincia di Bolzano e in
Calabria (18 giorni) mentre i tempi più lunghi sono in Sardegna (40,6).
Per il tumore all’utero i tempi
di attesa variano tra i 16,2 giorni nella provincia di Bolzano e i 37,5 della
Toscana.
Per il tumore al colon retto si
va dai 14,4 giorni di attesa per l’intervento in Puglia ai 38,5 della Sardegna.
Per il tumore alla prostata la variabilità
è ancora più marcata: dai 13,8 giorni di attesa in Molise agli 85,5 dell’Abruzzo.
Sbalordiscono le differenze tra
tempi di accesso nel pubblico e in intramoenia per alcune prestazioni: ad
esempio in Sicilia per una colonscopia si attendono 157 giorni nel pubblico e
13 in intramoenia, in Liguria per una visita oculistica si va dai 58 giorni del
canale pubblico agli 8 del canale intramurario e anche in Emilia Romagna per
una gastroscopia si va dai 45 giorni nel pubblico ai 6 giorni in intramoenia
Le
regioni meridionali si collocano al di sotto della media nazionale (82,7 anni)
rispetto alla speranza di vita alla nascita con 81,9 anni, mentre il
settentrione si attesta sugli 83,2.
Le
regioni che mostrano una speranza di vita alla nascita più lunga sono il
Trentino Alto Adige con 83,8 anni e il Veneto con 83,4 anni. Le regioni
peggiori sono la Campania (81,1) e la Sicilia (81,6).
Queste
differenze emergono in modo più marcato se consideriamo la speranza di vita in
buona salute. I cittadini nati in Calabria nel 2017 hanno una aspettativa di
vita in buona salute di 9 anni e 1 mese inferiore a quelli nati in
Emilia-Romagna e rispetto al Trentino Alto Adige addirittura di 15 anni
inferiore.
Per quanto riguarda le coperture
vaccinali, la Sicilia è indietro sulla copertura per il morbillo, Sardegna,
Valle d’Aosta e provincia di Bolzano su quella antiinfluenzale.
Sebbene
si siano registrati incrementi generalizzati nelle percentuali di bambini che
sono stati sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie, l’immunità di
gregge, con percentuali superiori al 95%, è stata raggiunta soltanto da
Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Sardegna,
Toscana e Umbria.
Tutte
le altre sono al di sotto di tale percentuale, con punte negative nel Friuli
Venezia Giulia (90,2%) e nella provincia autonoma di Bolzano (84,7%).
Per
l’adesione agli screening oncologici, parte del Sud e le isole sono ancora molto
indietro.
Sono
cinque le regioni che non raggiungono lo score (9) che definisce una regione
adempiente rispetto ai Lea sull’adesione agli screening oncologici: Calabria
(2), Campania e Sicilia (3), Puglia (4) e Sardegna (5).
Migliorano
Lazio, Molise, Puglia, P.A. di Trento. L’Umbria invece con due punti di score
in meno registra un peggioramento, pur rimanendo nell’ambito di un punteggio
adeguato.
Al
Sud, inoltre, non decollano i farmaci equivalenti.
Cresce
il consumo di farmaci equivalenti nella provincia autonoma di Trento, in
Lombardia e in Emilia Romagna (la spesa sul totale di quella farmaceutica è
rispettivamente pari al 42,7%, 38,9% e 36,6%); il consumo cresce, fra 2017 e
2018, anche nelle regioni del Sud che tuttavia resta ancora l’area con il minor
utilizzo di farmaci equivalenti: la Calabria passa dal 15,8% al 19,8%, la
Basilicata dal 16,6% al 20,1%, la Campania dal 17% al 21,3%.

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