Per il secondo
trimestre consecutivo si è verificata in Italia una riduzione del Pil (prodotto
interno lordo). Pertanto, in base alle convenzioni statistiche accettate in
tutto il mondo, si può legittimamente sostenere che l’economia italiana è tornata
in recessione tecnica. Affinchè ci sia una vera e propria recessione sarà
necessario verificare se in un intero anno, il 2019 in questo caso, il Pil si
ridurrà.
Perché
si è manifestata questa che qualcuno ha definito minirecessione (sarà anche
mini ma è comunque preoccupante perché pur se nel 2019 non ci sarà una
riduzione del Pil tale variabile crescerà comunque pochissimo non raggiungendo l’1%
previsto)?
Appena
sono stati i resi noti i dati dell’Istat relativi all’andamento del Pil nel
quarto trimestre del 2018, sono state diffuse le valutazioni di diversi
economisti, tendenti a spiegare le cause che hanno determinato la recessione.
Particolarmente
interessanti mi sono sembrate le analisi di tre economisti, Alberto Quadro
Curzio, Marcello Messori e Francesco Daveri.
Pertanto
ho ritenuto opportuno riportare una parte delle loro considerazioni.
Secondo
Quadro Curzio: “…E’ vero che rallenta l'Europa, ma noi andiamo peggio. Regge
ancora il nostro export in forza della capacità innovative del manifatturiero
concentrate in alcune regione del nord. Troppo poco per far crescere un paese
con 60 milioni di abitanti in un contesto di concorrenza internazionale e di
innovazione tecno-scientifica. Eppure l'Italia resiste avendo molti punti di
forza (risparmio delle famiglie, capacità di sopportare - ma non di ridurre -
un debito pubblico enorme, primati mondiali in alcuni settori, ecc.).
Ma
il Sistema Italia nel suo complesso non è stato ammodernato negli ultimi 20
anni, cioè dall'inizio dell'euro quale data di confine tra due periodi storici.
Una
causa su tutte è responsabile: il continuo cambiamento delle politiche
economiche dei governi che si sono succeduti e quindi la mancanza di una
visione di interesse nazionale al di là delle parti politiche che avrebbe
dovuto puntare su tre grandi filiere: semplificazioni e legalità; investimenti
e infrastrutture; innovazione e istruzione.
Altri
problemi non meno importanti, come quello del divario nord-sud, in parte
rientrano nelle precedenti filiere.
Consideriamo
oggi solo questo tema. Dalle quote degli investimenti sul Pil del 2007, nel
decennio 2008-17 la contrazione degli investimenti pubblici è stata del 30%,
con un mancato investimento totale di 57 miliardi. Nello stesso arco temporale,
causa il calo delle quote di investimenti sul Pil dal 2017 sono mancati 506
miliardi di investimenti totali.
Molti
sono i fattori di questo crollo.
Con
particolare attenzione a quelli pubblici in infrastrutture vi è la crisi
finanziaria e i vincoli di finanza pubblica europei; i colli di bottiglia
generati dal quadro giuridico amministrativo italiano; la disomogeneità e
discontinuità dell'azione politica sulle priorità degli investimenti
infrastrutturali; la difficile programmabilità di tempi e costi delle opere
talvolta anche per la fragilità dimensionale e finanziaria delle imprese
appaltatrici. Adesso sono fermi o vanno a rilento progetti di varie decine di
miliardi di investimenti pubblici senza i quali la nostra ripresa sarà lenta e
fragile…”.
Secondo
Messori: “…C’è un impatto internazionale, sicuramente. Per una economia
sostenuta dalle esportazione nette come quella italiana, il rallentamento del
commercio è sicuramente un aspetto problematico. Va sottolineato però che il
dato migliore nell'ultimo trimestre è relativo proprio all'export.
Le
vere componenti negative derivano dalla domanda interna e dagli investimenti.
Certamente
la caduta in recessione ha quindi a che fare con due elementi: l'aumento della
struttura dei tassi di interesse che con vari picchi si è avuta dalla primavera
scorsa fino alla fine dell'anno, con ripercussioni sugli investimenti privati.
E l'aumento dell'incertezza politica, che ha frenato ancora investimenti e pure
i consumi. Ci sono perciò fattori endogeni, non solo esogeni, alla radice della
recessione italiana…
Com'è
noto, la manovra prevede un ammontare molto limitato di investimenti pubblici,
ha appesantito la pressione fiscale sulle imprese più efficienti e l'ha ridotta
solo sulle piccole unità produttive, che incontrano molte difficoltà ad
effettuare investimenti innovativi. E certamente non ha rimosso l'incertezza
politica.
C'è
poi un altro punto: la situazione attuale è soggetta alla spada di Damocle
della valutazione di maggio da parte della Commissione Ue…
Perciò
sarebbe opportuno partecipare in modo attivo alla discussione europea per
rafforzare quel progetto di prosecuzione del piano Juncker che raddoppi le
risorse e consenta programmi di investimento europei. Purtroppo la situazione è
ancora più complicata. Basta fare più investimenti, quindi? No. Gli
investimenti devono essere efficienti, e nel nostro Paese c'è un problema di
attuazione delle decisioni assunte. Il tempo medio di attuazione di un
investimento in Italia è di anni, se non di quinquenni…”.
Secondo Daveri: “…Sulla base dei dati disponibili si può
certamente individuare una parte delle difficoltà dell’economia italiana con
una più deludente dinamica dell’export.
Dati
alla mano, la crescita dell’export nei primi tre trimestri del 2018 rispetto
allo stesso periodo del 2017 (il dato ufficiale del quarto trimestre arriverà
solo ai primi di marzo) è stata di poco superiore all’1%, con un picco negativo
nel primo - non nel terzo - trimestre 2018. Il dato 2018 sfigura rispetto al
+4,2 medio realizzato nel triennio 2015-17.
Insomma,
è vero: nel 2018 l’export ha smesso di trainare la ripresa. E lo ha fatto
risentendo in modo particolare del parallelo rallentamento della crescita del
Pil nei paesi dell’Eurozona (dove va a finire il 40% dell’export italiano) e
del resto della Ue (che assorbe un altro 10%).
Anche
l’apprezzamento dell’euro del 2018 rispetto al 2017 (pari al 7 per cento nei
primi nove mesi dell’anno) può avere pesato sulla dinamica dei volumi esportati
fuori dall’Eurozona.
Ma
l’esame di qualche figura indica che la recessione italiana non è tutta colpa
degli altri paesi o governi italiani, ma sembra essere trainato da un forte
peggioramento delle aspettative delle imprese e da un parallelo calo degli
investimenti (oltre degli acquisti di beni durevoli delle famiglie).
I
dati mostrano un’elevata correlazione simultanea tra l’evoluzione della
crescita del Pil trimestrale e gli indicatori di fiducia delle imprese…
Cosa
è successo in questo periodo agli investimenti aziendali e alla spesa per le
famiglie in beni durevoli, le due voci più direttamente connesse con gli indici
di fiducia?
Sul
fronte della spesa delle famiglie (il 60% del Pil italiano) i dati indicano un
calo del consumo di beni, durevoli e non durevoli. Il calo dei beni non
durevoli – pari a meno 0,5% su base annua nei primi nove mesi del 2018 - è la
prosecuzione di una tendenza strutturale in atto da tempo: durante la ripresa
2015-17 si è registrato un modesto +0,7% annuo.
Invece
la recente brusca frenata del consumo di beni durevoli (+1,6% su base annua,
-0,1% sul trimestre precedente) contrasta nettamente con la loro eccellente
performance dei tre anni precedenti (+6,4% annuo nel 2015-17). Lo stesso vale
per gli acquisti di mezzi di trasporto aziendali - in crescita a doppia cifra
nel 2015-17 - i cui acquisti si sono fermati nel terzo trimestre 2018, facendo
scendere il dato annuo a un +18%.
E’
possibile che una parte di questo brusco rallentamento sia il risultato
dell’esaurimento degli acquisti di rimpiazzo di alcuni beni durevoli come le
automobili (la parte del leone del mercato in un mercato maturo come l’Italia).
Ma
è improbabile che tale esaurimento e il correlato ridimensionamento della
crescita dei beni durevoli sia avvenuto in modo così drastico in un solo
trimestre.
A
cavallo tra il terzo e il quarto trimestre, invece, c’è stata una rilevante
novità, cioè la presentazione di un disegno di legge di bilancio che, almeno
fino a Natale, è stato male accolto dall’Europa e dai mercati.
Durante
questo periodo di tempo lo spread è salito a un massimo di 350 punti base e il
Ftse-Mib (l’indice della borsa italiana) è sceso dal valore ‘estivo’ di 22.000
a un deludente 18.000 a fine anno (-18,2%)…”

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