lunedì 4 febbraio 2019

Perchè è arrivata la recessione?



Per il secondo trimestre consecutivo si è verificata in Italia una riduzione del Pil (prodotto interno lordo). Pertanto, in base alle convenzioni statistiche accettate in tutto il mondo, si può legittimamente sostenere che l’economia italiana è tornata in recessione tecnica. Affinchè ci sia una vera e propria recessione sarà necessario verificare se in un intero anno, il 2019 in questo caso, il Pil si ridurrà.

Perché si è manifestata questa che qualcuno ha definito minirecessione (sarà anche mini ma è comunque preoccupante perché pur se nel 2019 non ci sarà una riduzione del Pil tale variabile crescerà comunque pochissimo non raggiungendo l’1% previsto)?

Appena sono stati i resi noti i dati dell’Istat relativi all’andamento del Pil nel quarto trimestre del 2018, sono state diffuse le valutazioni di diversi economisti, tendenti a spiegare le cause che hanno determinato la recessione.

Particolarmente interessanti mi sono sembrate le analisi di tre economisti, Alberto Quadro Curzio, Marcello Messori e Francesco Daveri.

Pertanto ho ritenuto opportuno riportare una parte delle loro considerazioni.

Secondo Quadro Curzio: “…E’ vero che rallenta l'Europa, ma noi andiamo peggio. Regge ancora il nostro export in forza della capacità innovative del manifatturiero concentrate in alcune regione del nord. Troppo poco per far crescere un paese con 60 milioni di abitanti in un contesto di concorrenza internazionale e di innovazione tecno-scientifica. Eppure l'Italia resiste avendo molti punti di forza (risparmio delle famiglie, capacità di sopportare - ma non di ridurre - un debito pubblico enorme, primati mondiali in alcuni settori, ecc.).

Ma il Sistema Italia nel suo complesso non è stato ammodernato negli ultimi 20 anni, cioè dall'inizio dell'euro quale data di confine tra due periodi storici.

Una causa su tutte è responsabile: il continuo cambiamento delle politiche economiche dei governi che si sono succeduti e quindi la mancanza di una visione di interesse nazionale al di là delle parti politiche che avrebbe dovuto puntare su tre grandi filiere: semplificazioni e legalità; investimenti e infrastrutture; innovazione e istruzione.

Altri problemi non meno importanti, come quello del divario nord-sud, in parte rientrano nelle precedenti filiere.

Consideriamo oggi solo questo tema. Dalle quote degli investimenti sul Pil del 2007, nel decennio 2008-17 la contrazione degli investimenti pubblici è stata del 30%, con un mancato investimento totale di 57 miliardi. Nello stesso arco temporale, causa il calo delle quote di investimenti sul Pil dal 2017 sono mancati 506 miliardi di investimenti totali.

Molti sono i fattori di questo crollo.

Con particolare attenzione a quelli pubblici in infrastrutture vi è la crisi finanziaria e i vincoli di finanza pubblica europei; i colli di bottiglia generati dal quadro giuridico amministrativo italiano; la disomogeneità e discontinuità dell'azione politica sulle priorità degli investimenti infrastrutturali; la difficile programmabilità di tempi e costi delle opere talvolta anche per la fragilità dimensionale e finanziaria delle imprese appaltatrici. Adesso sono fermi o vanno a rilento progetti di varie decine di miliardi di investimenti pubblici senza i quali la nostra ripresa sarà lenta e fragile…”.

Secondo Messori: “…C’è un impatto internazionale, sicuramente. Per una economia sostenuta dalle esportazione nette come quella italiana, il rallentamento del commercio è sicuramente un aspetto problematico. Va sottolineato però che il dato migliore nell'ultimo trimestre è relativo proprio all'export.

Le vere componenti negative derivano dalla domanda interna e dagli investimenti.

Certamente la caduta in recessione ha quindi a che fare con due elementi: l'aumento della struttura dei tassi di interesse che con vari picchi si è avuta dalla primavera scorsa fino alla fine dell'anno, con ripercussioni sugli investimenti privati. E l'aumento dell'incertezza politica, che ha frenato ancora investimenti e pure i consumi. Ci sono perciò fattori endogeni, non solo esogeni, alla radice della recessione italiana…

Com'è noto, la manovra prevede un ammontare molto limitato di investimenti pubblici, ha appesantito la pressione fiscale sulle imprese più efficienti e l'ha ridotta solo sulle piccole unità produttive, che incontrano molte difficoltà ad effettuare investimenti innovativi. E certamente non ha rimosso l'incertezza politica.

C'è poi un altro punto: la situazione attuale è soggetta alla spada di Damocle della valutazione di maggio da parte della Commissione Ue…

Perciò sarebbe opportuno partecipare in modo attivo alla discussione europea per rafforzare quel progetto di prosecuzione del piano Juncker che raddoppi le risorse e consenta programmi di investimento europei. Purtroppo la situazione è ancora più complicata. Basta fare più investimenti, quindi? No. Gli investimenti devono essere efficienti, e nel nostro Paese c'è un problema di attuazione delle decisioni assunte. Il tempo medio di attuazione di un investimento in Italia è di anni, se non di quinquenni…”.

Secondo Daveri: “…Sulla base dei dati disponibili si può certamente individuare una parte delle difficoltà dell’economia italiana con una più deludente dinamica dell’export.

Dati alla mano, la crescita dell’export nei primi tre trimestri del 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017 (il dato ufficiale del quarto trimestre arriverà solo ai primi di marzo) è stata di poco superiore all’1%, con un picco negativo nel primo - non nel terzo - trimestre 2018. Il dato 2018 sfigura rispetto al +4,2 medio realizzato nel triennio 2015-17.

Insomma, è vero: nel 2018 l’export ha smesso di trainare la ripresa. E lo ha fatto risentendo in modo particolare del parallelo rallentamento della crescita del Pil nei paesi dell’Eurozona (dove va a finire il 40% dell’export italiano) e del resto della Ue (che assorbe un altro 10%).

Anche l’apprezzamento dell’euro del 2018 rispetto al 2017 (pari al 7 per cento nei primi nove mesi dell’anno) può avere pesato sulla dinamica dei volumi esportati fuori dall’Eurozona.

Ma l’esame di qualche figura indica che la recessione italiana non è tutta colpa degli altri paesi o governi italiani, ma sembra essere trainato da un forte peggioramento delle aspettative delle imprese e da un parallelo calo degli investimenti (oltre degli acquisti di beni durevoli delle famiglie).

I dati mostrano un’elevata correlazione simultanea tra l’evoluzione della crescita del Pil trimestrale e gli indicatori di fiducia delle imprese…

Cosa è successo in questo periodo agli investimenti aziendali e alla spesa per le famiglie in beni durevoli, le due voci più direttamente connesse con gli indici di fiducia?

Sul fronte della spesa delle famiglie (il 60% del Pil italiano) i dati indicano un calo del consumo di beni, durevoli e non durevoli. Il calo dei beni non durevoli – pari a meno 0,5% su base annua nei primi nove mesi del 2018 - è la prosecuzione di una tendenza strutturale in atto da tempo: durante la ripresa 2015-17 si è registrato un modesto +0,7% annuo.

Invece la recente brusca frenata del consumo di beni durevoli (+1,6% su base annua, -0,1% sul trimestre precedente) contrasta nettamente con la loro eccellente performance dei tre anni precedenti (+6,4% annuo nel 2015-17). Lo stesso vale per gli acquisti di mezzi di trasporto aziendali - in crescita a doppia cifra nel 2015-17 - i cui acquisti si sono fermati nel terzo trimestre 2018, facendo scendere il dato annuo a un +18%.

E’ possibile che una parte di questo brusco rallentamento sia il risultato dell’esaurimento degli acquisti di rimpiazzo di alcuni beni durevoli come le automobili (la parte del leone del mercato in un mercato maturo come l’Italia).

Ma è improbabile che tale esaurimento e il correlato ridimensionamento della crescita dei beni durevoli sia avvenuto in modo così drastico in un solo trimestre.

A cavallo tra il terzo e il quarto trimestre, invece, c’è stata una rilevante novità, cioè la presentazione di un disegno di legge di bilancio che, almeno fino a Natale, è stato male accolto dall’Europa e dai mercati.

Durante questo periodo di tempo lo spread è salito a un massimo di 350 punti base e il Ftse-Mib (l’indice della borsa italiana) è sceso dal valore ‘estivo’ di 22.000 a un deludente 18.000 a fine anno (-18,2%)…”

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