lunedì 20 maggio 2024

Sempre di più i lavoratori poveri

Da tempo si parla della presenza in Italia di un numero consistente di lavoratori poveri, di lavoratori le cui retribuzioni sono basse, soprattutto se confrontate con quelle che vengono corrisposte in altri Paesi. Tale presenza è confermata dal rapporto annuale 2024 dell’Istat.

In estrema sintesi i dati contenuti nel rapporto dimostrano che il lavoro povero è in crescita, che le retribuzioni perdono terreno e che la produttività del lavoro continua a ristagnare.

Nel 2022 erano 4,4 milioni i dipendenti privati che si collocavano nella fascia a bassa retribuzione (sotto la soglia del 60% del valore mediano) e giovani, donne e stranieri erano i più penalizzati.

Poi, in termini nominali, senza considerare l’inflazione cioè, tra il 2013 e il 2023 le retribuzioni lorde annue in Italia sono aumentate del 16%, cioè poco più della metà della media europea (30,8%). In Spagna e in Francia, l’aumento è stato del 22,7%, in Germania del 35%.

Questa tendenza, piuttosto costante nel corso dell’ intero decennio, si è manifestata ancora nel 2023: lo scorso anno, l’aumento degli stipendi in Italia è stato del 2,5%, in Francia del 4,4%, in Spagna del 5,3 e in Germania del 6,1%.

Ma il divario diventa ancora più evidente se si fa il confronto tra gli stipendi reali, cioè quelli analizzati tenendo conto dell’andamento dell’inflazione.

L’Italia è l’unico degli Stati europei nel quale gli stipendi reali sono calati tra il 2013 e il 2023.

Nel corso del decennio, il potere d’acquisto nell’Unione è aumentato in media del 3%, in Francia dell’1,1%, in Spagna del 3,2 e in Germania del 5,7%.

In Italia è calato del 4,5%.

E’ un dato che si è accentuato proprio negli ultimi due anni, quando cioè l’inflazione è cresciuta di più: rispetto al 2021, i lavoratori tedeschi hanno perso il 4,1% del loro potere d’acquisto, i francesi l’1,5 e gli spagnoli l’1,9%.

Quelli italiani il 6,4%.

Qual’è la principale causa di tale situazione?.

Secondo l’Istat è rappresentata dalla crescente precarietà del lavoro.

Infatti si può leggere nel rapporto: “la riduzione dei salari reali può essere associata alla crescente diffusione di tipologie contrattuali meno tutelate e a bassa intensità lavorativa, alle quali si è aggiunta negli ultimi anni l’erosione esercitata dalla crescita dell’inflazione”.

In Italia non solo chi è disoccupato ma anche chi lavora è esposto al rischio di povertà molto più che in altri Paesi europei.

La quota di occupati a rischio di povertà, secondo l’Istat, in Italia è aumentata costantemente, passando dal 9,5% del 2010 all’11,5% nel 2022, seguendo una tendenza che ha fatto aumentare notevolmente il divario rispetto alla media dell’Unione Europea, che nel 2022 era dell’8,5%.

Attualmente solo in Spagna la quota di lavoratori a rischio di povertà (11,7%) supera quella italiana, sia pur di poco, ma con la differenza che in Spagna quel dato è in calo rispetto all’Italia. In Francia nel 2022 i lavoratori esposti al rischio di povertà erano il 7,5%, in Germania il 7,2%.

E, più in generale, nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta è risultata pari all’8,5% tra le famiglie e al 9,8% tra gli individui.

Si sono raggiunti, quindi, livelli mai toccati negli ultimi 10 anni, per un totale di 2.235.000 famiglie e di 5.752.000 individui in povertà.

Infine, la produttività del lavoro è rimasta stagnante.

Il Pil per ora lavorata è cresciuto di solo l’1,3% tra 2007 e 2023, contro il 3,6% in Francia, il 10,5% in Germania e il 15,2% in Spagna.

La conclusione da trarre dall’analisi dei dati appena riportati mi sembra evidente: è necessario che, nei prossimi anni, i salari siano contraddistinti, in Italia, da una crescita molto consistente.

Peraltro il raggiungimento di tale obiettivo non consentirà solamente di ridurre le diseguaglianze economiche a vantaggio dei lavoratori dipendenti ma rappresenterà una necessaria condizione affinchè si verifichi una notevole crescita del Pil, tramite la quale si potrà anche ridurre il rapporto tra deficit e debito pubblico e Pil.

lunedì 13 maggio 2024

Nel Pil italiano c'è sempre più bellezza

Nel 2023 il valore dell’economia della bellezza si è notevolmente sviluppato (+19% rispetto al 2022) e lo ha fatto in misura maggiore rispetto al resto del sistema produttivo italiano. Questo dato è contenuto nell’edizione 2024 del rapporto “Economia della bellezza”, realizzato dal centro studi di Banca Ifis.

Il valore complessivo di tale comparto dell’economia italiana era pari, nel 2023, a 595 miliardi di euro.

Ma cosa si intende per “economia della bellezza”?

E’ un settore del made in Italy, che spazia dal manifatturiero al turismo culturale e paesaggistico, dal patrimonio storico-artistico all’artigianato.

E il suo contributo sul Pil italiano era nel 2023 addirittura pari al 29,2%.

Ciò dimostra la sua notevole importanza per il nostro Paese.

La sua crescita quindi è stata intensa, in particolare, nei comparti chiave della “bellezza”: nel turismo culturale e paesaggistico, così come nel settore delle imprese design-driven.

Il suo peso sul Pil italiano è aumentato, rispetto al 2022, di ben 3 punti percentuali, raggiungendo appunto nel 2023 il 29,2%.

Pertanto l’economia della bellezza può essere considerata il motore dell’intera economia italiana.

Il comparto della bellezza ha contribuito in modo importante alla crescita dell’intero Sistema Italia, così come, dopo il biennio pandemico, aveva contribuito alla sua ripresa.

L’incremento del valore prodotto rispetto al 2022 (+96 miliardi di euro) ha determinato il 74% della crescita (a prezzi correnti) dell’intera economia italiana ed è stato generato dai settori “pilastro” dell’economia della bellezza, come evidenzia l’analisi del contributo allo sviluppo: per il 91% dalle imprese design-driven, per il 20% dal turismo culturale e naturalistico, incrementi parzialmente compensati dalla decrescita del valore delle imprese purpose-driven (-11%), fortemente influenzate dall’aumento dei costi di produzione nel settore dei servizi.

Altri dati confermano la notevole importanza del settore in questione.

Le imprese artigiane contribuiscono ancora, nonostante la riduzione del loro numero, al 54% del fatturato dell’intero settore manifatturiero italiano, con circa 88 miliardi di ricavi annui nel 2023.

Il turismo culturale e paesaggistico ha segnato nel 2023 un incremento di valore aggiunto di 19 miliardi di euro.

Un ruolo notevole è stato svolto dalla moda, che nel solo mese di ottobre ha beneficiato di ben 13,5 milioni di accessi unici nei suoi siti di fashion e e-commerce e dal comparto della cosmetica, che nonostante i rincari delle materie prime provocati dall’inflazione, ha visto una crescita delle vendite specialmente grazie all’export (pari a quasi il 50% del fatturato), con riflessi positivi anche a livello occupazionale, come testimoniato dai 155.000 lavoratori dell’intera filiera.

domenica 5 maggio 2024

Oltre l'80% dell'Irpef viene pagata da lavoratori dipendenti e pensionati

L’83,1% dell’Irpef dichiarata dai contribuenti italiani nel 2022 proviene da lavoratori dipendenti e pensionati. Questi e altri dati, relativi alle dichiarazioni 2023 (anno d’imposta 2022), sono stati resi pubblici dal dipartimento delle Finanze.

Le caratteristiche, negative, delle dichiarazioni Irpef 2023, gli evidenti squilibri che da esse emergono, non rappresentano una novità. Rappresentano una conferma di quanto si è verificato negli anni precedenti.

Il principale squilibrio è quello relativo all’eccessivo peso assunto dalle dichiarazioni di lavoratori dipendenti e pensionati.

Nella nota del dipartimento delle Finanze si rileva “Le tipologie di reddito maggiormente dichiarate, sia in termini di frequenza sia di ammontare, sono quelle relative al lavoro dipendente (53,5% del reddito complessivo e 55,4% del totale contribuenti) e alle pensioni (29,6% del reddito complessivo e 34,6% del totale contribuenti)”.

Questa è la più importante iniquità connessa al pagamento dell’Irpef, in Italia.

Rappresenta l’ulteriore dimostrazione della notevole evasione fiscale che contraddistingue il nostro Paese, poiché l’Irpef viene prevalentemente pagata dai contribuenti con ritenuta alla fonte.

Altri squilibri emergono dai dati relativi alle dichiarazioni 2023.

Il 63% dell’imposta netta totale è dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35.000 euro.

E cioè quasi due terzi dell’imposta è a carico di una piccola minoranza, il 20% degli italiani. Invece i contribuenti con redditi fino a 35.000 euro (l’80% del totale) dichiarano il 37% dell’imposta netta complessiva.

Inoltre, vi sono 12,5 milioni di soggetti che, di fatto, non versano alcun tipo di imposta.

Un numero che somma i contribuenti nelle soglie di esenzione, quelli per cui l’imposta lorda si azzera per effetto delle detrazioni e quelli per i quali l’imposta netta è interamente compensata dal cosiddetto trattamento integrativo, in sostanza l’ex bonus 80 euro.

Tali squilibri potranno essere eliminati, o almeno ridotti, solo se verrà approvata una riforma complessiva dell’imposizione sui redditi.

L’attuale governo, per la verità, non sembra che possa o voglia attuare una riforma di questa natura, che sia contraddistinta anche da una vera lotta all’evasione fiscale.